venerdì 10 luglio 2020

Letture sconsigliate

A CHE PUNTO SIAMO? L'epidemia come politica

Giorgio Agamben (Roma, 22 aprile 1942) è un filosofo e accademico italiano.

Uscito a Febbraio 2020

Di fronte alle frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza per una supposta epidemia dovuta al virus corona, occorre partire dalle dichiarazioni del CNR, secondo le quali non solo «non c’è un'epidemia di SARS-CoV2 in Italia», ma comunque «l’infezione, dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva».
Se questa è la situazione reale, perché i media e le autorità si adoperano per diffondere un clima di panico, provocando un vero e proprio stato di eccezione, con gravi limitazioni dei movimenti e una sospensione del normale funzionamento delle condizioni di vita e di lavoro in intere regioni?

La sproporzione di fronte a quella che secondo il CNR è una normale influenza, non molto dissimile da quelle ogni anno ricorrenti, salta agli occhi. Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’invenzione di un’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite.
L’altro fattore, non meno inquietante, è lo stato di paura che in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui e che si traduce in un vero e proprio bisogno di stati di panico collettivo, al quale l’epidemia offre ancora una volta il pretesto ideale. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo.

I poteri dominanti hanno così deciso di abbandonare senza rimpianti le democrazie borghesi, con i loro diritti, i loro parlamenti e le loro costituzioni per sostituirle con nuovi dispositivi di cui al momento possiamo solo intravederne il disegno, non ancora del tutto chiaro nemmeno per coloro che ne stanno tracciando le linee probabilmente . Lo stato di eccezione ci sta accompagnando verso una Grande Trasformazione tramite la sospensione delle garanzie costituzionali. La salute è diventata una nuova religione di cui gli scienziati da talk show sono i profeti.. Quello che nella tradizione delle democrazie era un diritto del cittadino alla salute si rovescia, senza che la gente sembri accorgersene, in una obbligazione giuridico /religiosa che deve essere adempiuta a qualsiasi prezzo. Quando è minacciata la nostra salute, siamo disposti, a quanto pare, a tollerare restrizioni della libertà impensabili.

Ogni volta che sentiamo parlare di seconda ondata del virus, faremmo meglio a ricordarci quanto possa essere devastante quello che Agamben definisce “dispotismo tecnologico-sanitario”Lo abbiamo sperimentato epr qualche mese e non è stato piacevole. Ora i Poteri dominanti hanno assaporatola nuova forma di controllo è facile pensare che coglieranno l’occasione per riutilizzarla. A questo punto serviranno nuove forme di resistenza ma non aspettiamoci che a inventarle siano gli intellettuali italiani. I quali al solito si sono rivelati i più entusiasti coriferi del regime

martedì 12 maggio 2020

FRIULI TV.NET




vedi i nostri interventi
6 maggio 2020  Ritorno alla Anormalità
13 maggio 2020   Tradizioni
4 giugno La comunicazione strumento di  controllo di massa
5 giugno  Isolamento bambini, quali conseguenze per il loro sviluppo?



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domenica 10 maggio 2020

COMPLICI DEI NOSTRI CARCERIERI

Coronavirus: libertà fondamentali e diritti costituzionali azzerati per decreto

Il deficit democratico da Covid-19 spiegato da Alberto Rizzo, Avvocato Cassazionista e Direttore Generale dell’Accademia di Educazione Finanziaria

L’Italia è in emergenza sanitaria. Lo sanno tutti. Libertà fondamentali e diritti costituzionali di milioni di cittadini sono stati praticamente azzerati per decreto. Le norme emanate in questi mesi accentrano gran parte dei poteri nelle mani del Governo con un lavoro parlamentare ridotto ai minimi termini. Al di là dell’innegabile priorità del contenimento del contagio da Covid-19, serpeggia il rischio che, insieme al sovvertimento del modo di vivere e di convivere, possa esserci anche quello del principio democratico. Oltre alla pandemia, stiamo assistendo, infatti, ad un’erosione di beni costituzionali che non avremmo probabilmente mai neanche immaginato potessero essere limitati. Non certo tutti contemporaneamente e di sicuro non fino a questo punto. L’elenco comprende la libertà di circolazione, soggiorno ed espatrio (articolo 16), la libertà di riunione (articolo 17), quelle di esercizio dei culti religiosi (articolo 19) e di insegnamento (articolo 33), la libertà di iniziativa economica (articolo 41, primo comma), nonché i diritti derivanti dalla garanzia e dall’obbligo di istruzione (articolo 34). Una situazione inedita per la Repubblica e foriera di mutamenti radicali. Per provare a fare chiarezza tra la magmatica legislazione emergenziale, lasciamo la parola ad Alberto Rizzo, Avvocato Cassazionista e Direttore Generale dell’Accademia di Educazione Finanziaria.
Avvocato, come sono state assunte le misure limitative dei diritti di fronte all’emergenza Coronavirus?
“Dal punto di vista giuridico e sociale, allo scopo di fronteggiare l’emergenza Coronavirus, il Governo ha adottato misure extra ordinem, non ricorrenti prima d’ora nella storia repubblicana. Tali misure sono state giustificate dallo stato di eccezione, dichiarato in presenza di un’emergenza sanitaria, la quale avrebbe imposto di sospendere il rispetto dello Stato di Diritto, al fine di dedicare ogni energia al superamento dell’emergenza medesima”.
Quali i punti di riferimento nella nostra Costituzione?
“Secondo Carl Schmitt (Teologia politica) ‘Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione’. Al riguardo, non vi è dubbio che il Parlamento sia l’unico luogo ove, legittimamente e costituzionalmente, si possa dichiarare lo stato di eccezione e approvare norme limitative della libertà personale. In casi straordinari di necessità e urgenza, il Governo può adottare un atto normativo di carattere provvisorio avente forza di legge, ai sensi dell’art. 77 della Costituzione. Un passaggio parlamentare, in effetti, nella gestione della crisi sanitaria, c’è stato con la conversione del Decreto Legge 17.03.2020 n. 18 e, tuttavia, le restrizioni dei diritti fondamentali in capo ai cittadini sono giunte attraverso i D.P.C.M., ovvero i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri. Si ricorda, in proposito, che il Governo è un organo collegiale, rispetto al quale il Presidente del Consiglio è un semplice primus inter pares”.
Gli atti sinora adottati ai sensi del Decreto Legge n. 6/2020 sono rispettosi del diritto costituzionale?
“La decretazione del Presidente del Consiglio dei Ministri ha riguardato più materie, come gli articoli 13, 16, 17, 19, 24, 33 e 42 della Costituzione, coperte da riserva di legge e con un’incidenza altamente restrittiva dei diritti fondamentali. Anche a voler sospendere il giudizio, in attesa che venga superata la pandemia, fin da ora è sicuramente legittimo nutrire più di un dubbio, trattandosi di una fonte sub primaria. I D.P.C.M., infatti, si collocano in una zona grigia della classificazione delle fonti del diritto, tra atto politico ed atto amministrativo, e sfuggono al controllo del Parlamento, del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale”.
In queste settimane c’è parecchia confusione normativa tra ordinanze di sindaci, dei governatori e i decreti del Governo. Chi può deliberare cosa in questo momento?
“Gli strappi alle regole dello Stato di Diritto, peraltro, non finiscono qui. Troppe, infatti, le ordinanze, ulteriormente restrittive, adottate in maniera alluvionale da parte di Presidenti di Regione e Sindaci, in una vera e propria corsa al rialzo sul lockdown: si assiste, impotenti, ad una deriva localistica della gestione dell’emergenza sanitaria, assolutamente non accettabile, poiché le deroghe, ad esempio, alla libertà di circolazione possono essere stabilite soltanto con provvedimenti di livello nazionale”.
Che cosa prevede il diritto emergenziale?
“Il diritto emergenziale deve comunque rispettare i principi democratici: ne va della tenuta del sistema nel suo complesso (Minniti, Lo stato di eccezione, Aracne Editrice, 2015). Fin qui, tutte queste misure sono state bene accette e ciò costituisce un male. Tutte le forme di autoritarismo si sono affermate con il consenso della gente”.
Come un giurista valuta la gestione dell’epidemia da parte dei pubblici poteri?
“Oggi pare di risiedere in una società dove il pensiero comune ritiene che niente sia peggio della morte e, soprattutto, non la schiavitù. L’inconveniente è che questo tipo di società finisce sempre per morire. Dopo essere stata ridotta in schiavitù (Alain De Benoist). Orwell - al riguardo - ha avuto il merito non solo di prefigurare il futuro, ma di farlo così bene da essere più accurato e profondo del più raffinato intellettuale d’oggi. Meno di un secolo fa, infatti, riportava un episodio - nel suo capolavoro, ‘1984’ - in cui O’Brien - uno degli sgherri del governo totalitario - cerca di convincere Winston - il povero protagonista dissidente - che ‘2+2’ dà come risultato ‘5’. La cosa interessante è questa: Winston non deve solo dire una menzogna. Deve realmente convincersi di quella menzogna, deve pronunciarla non per compiacere il carnefice, ma per plagiare in maniera irreversibile il proprio cervello. Alla fine ci riesce. È la vera, tombale, vittoria del regime.  Un regime ‘serio’ - questa la straordinaria intuizione di Orwell - non vince davvero se ti costringe a pensarla come lui. I regimi perfetti vanno oltre: ottengono dalla coscienza e dall’intelligenza delle loro vittime una resa totale e incondizionata. Questa consiste non nella disponibilità a mentire, ma nella trasmutazione della menzogna in verità”.
Come si traduce tutto questo al giorno d’oggi?
“Oggi, questo scenario si è realizzato rispetto a molte vicende: che sia la BEI, il MES, i Corona bond, il SURE, o qualsiasi altro meccanismo, la verità che pare tingersi di conferma all’orizzonte è soltanto una, consistente nel fatto che i cittadini ‘aiutano’ se stessi spendendo più soldi di quelli ricevuti e cioè impegnandosi a restituire il presunto atto di generosità, con gli interessi, per i decenni a venire. Niente è a fondo perduto, nulla è ‘regalato’ dallo Stato. Ogni risorsa proviene dalle banche e dovrà essere restituito da privati, famiglie ed imprese”.
Quali rischi corriamo nell’immediato futuro?
“Il vero problema, se si analizza a fondo la questione, non è economico: è psicologico. Chiunque ha ancora un briciolo di coscienza critica ‘vede’ queste cose. Il dramma è il numero enorme di soggetti, sia tra i governanti che tra i governati, che non le ‘vedono’ più.  Alcuni - quando parlano di ‘Impegno straordinario’, di ‘Sfida epocale’ - certamente mentono sapendo di mentire. Ma moltissimi altri mentono ‘non’ sapendo di mentire. Sono giunti allo stadio di intossicazione cronica della coscienza di cui parlava Orwell: quello dove ‘2+2’ fa ‘5’, con un impegno preoccupante ad abolire la socializzazione umana, in modi e modalità che portano ad un disagio inimmaginabile. ‘L’unica cosa che dobbiamo temere è la paura stessa - un terrore senza nome, irragionevole, ingiustificato, che paralizza gli sforzi necessari per convertire la ritirata in progresso’. Le parole sono di Franklin Delano Roosevelt. La sua sfida era la recessione, non la malattia, ma le sue parole hanno, oggi più che mai, una risonanza più ampia. La paura è pericolosa. È il nemico della ragione. Sopprime l’equilibrio ed il giudizio. Ed è contagiosa”.
I cittadini di fronte all’emergenza obbediscono ai divieti senza farsi troppe domande…
“Il Coronavirus, probabilmente, è l’esempio più recente e dannoso, con governi che hanno adottato, con il sostegno dell’opinione pubblica, le misure più estreme ed indiscriminate, sottoponendo la maggior parte della popolazione, giovane o anziana, vulnerabile o in salute, alla detenzione domiciliare a tempo indeterminato, in un quadro di incertezza giorno dopo giorno sempre più inquietante e pericolosa per la nostra Democrazia”.
Quanto incide questa lunga serie di limitazioni sulle nostre libertà garantite dalla Costituzione?
“La limitazione del diritto costituzionale alla circolazione, ad esempio, può essere ipotizzato soltanto sulla base di un’identificazione della malattia certa, fondata su presupposti oggettivi, legati alla tipologia dell’emergenza sanitaria, consistente in un ‘virus da contatto, non aereo’. Al riguardo, i Protocolli specifici di prevenzione per la tutela del personale sanitario prevedono, essenzialmente, due condizioni di salvaguardia per la sanità pubblica: il distanziamento di un metro dalle altre persone; e, fino a prova contraria, trattandosi di un contagio trasmissibile per contatto sotto tale distanza, la permanenza con una persona infetta per oltre 15 minuti. Pertanto, se si salisse sulla propria autovettura, da soli, non si potrebbe contagiare alcuno, viaggiando indisturbati sino al confine dello Stato, circolando liberamente per tutte le zone del Paese. Ma ciò è vietato, illegittimamente e forse anche illecitamente dall’attuale Governo”.
 Quali diritti costituzionali sono coinvolti?
“La limitazione della libertà di circolazione durante la quarantena, così come è stata congeniata (sostanzialmente non si poteva più uscire di casa), si è trasformata in violazione della libertà personale, la quale non può mai essere limitata, se non in casi particolari ed individuali (vedi, ad esempio, il T.S.O. - Trattamento Sanitario Obbligatorio). La violazione della libertà costituzionale di professare la propria religione con il divieto imposto di recarsi ai templi delle varie confessioni, al fine di professarla singolarmente. L’assordante silenzio su questi provvedimenti liberticidi da parte del Presidente della Repubblica, che su profili di tale gravità non si è ancora espresso, ma anzi ha avallato, rendendo di estrema attualità la considerazione di Albert Einstein, secondo il quale: ‘Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare’”.
La Costituzione disciplina lo stato di emergenza?
“In Italia non esiste lo stato di emergenza, ma solo di guerra. La nostra Costituzione conosce lo ‘Stato di guerra’ (art. 78), non lo ‘Stato di emergenza’. Non a caso, lo Stato di emergenza è stato dichiarato in base agli artt. 7, 1° comma, lettera c) e 24, 1° comma, Decreto legislativo 2 gennaio 2018 n. 1: quindi, in base ad una Legge ordinaria, ovvero in forza del Codice della Protezione Civile, e non in base alla Costituzione. Ad ogni modo, lo ‘Stato di guerra’ deve essere deliberato dal Parlamento, il quale stabilisce quali sono i poteri del Governo per far fronte alla situazione (art. 78 Costituzione) ed infine deve essere dichiarato dal Presidente della Repubblica (art. 87 Costituzione)”.
Il Parlamento, quindi, è tagliato completamente fuori?
“Nel nostro caso lo ‘Stato di emergenza’ non è stato deliberato dal Parlamento, né dichiarato dal Presidente della Repubblica. Dal che, in breve, si può affermare come né la nostra Costituzione, né la nostra Legge ordinaria, offrono strumenti per dar disciplina giuridica all’odierna tragedia. Ma l’assenza di riferimenti costituzionali ed ordinari per far fronte ad una pandemia da virus non significa allora libertà piena per il Governo di adottare ogni misura. Ciò è escluso dallo stesso Codice della Protezione Civile che, all’art. 25, espressamente prevede come ogni provvedimento debba essere adottato ‘nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico e dell’Unione europea””.
Come sarebbe stato preferibile agire?
“Seppur la nostra Costituzione non contenga una disciplina specifica dello ‘Stato di emergenza’, non di meno la legislazione di emergenza deve rispettare la nostra Costituzione, nonché i principi dell’Unione europea, per tutto quanto emerge dalla nostra Costituzione e dai principi dell’Unione Europea”.
Quanto ha inciso questa lunga serie di limitazioni sulle nostre libertà garantite dalla Costituzione?
“La politica di disumanizzazione ha portato ad impedire l’ultimo saluto da parte dei famigliari ai moribondi, la chiusura delle scuole, il divieto ai bambini di stare all’aperto, quando anche un depensante sa che il sole agisce in maniera determinante nello sviluppo degli anticorpi, così fondamentali nella lotta senza confine contro questo virus. L’informazione di regime è l’antitesi della libertà di stampa: è sufficiente leggere i giornali stranieri per comprendere che, quanto riportato dai nostri media, in larghissima parte costituisce menzogna”.
L’emergenza può giustificare la limitazione dei diritti fondamentali?
“La gestione della politica di aiuti attraverso lo Stato, congiunta all’inefficienza della burocrazia, permetterà l’esplosione della spesa pubblica in ambiti del tutto estranei all’emergenza sanitaria, grazie a quella che Sansonetti (Il Riformista, 14 aprile) definisce la ‘buro-dittatura’, dopo le grida d’allarme lanciate da Sabino Cassese, uno tra i più autorevoli ed illuminati Giuristi del nostro Paese, ‘La pandemia non è una guerra. I pieni poteri al governo non sono legittimi’ (Il Dubbio, 14 aprile). Il rischio di deriva autoritaria è molto alto in una Nazione - l’unica nel mondo occidentale - dove la strategia della tensione negli anni 70/80 era orchestrata da apparati dello stato per provocare un approdo dittatoriale. Questo Paese ha un livello di corruzione endemica altissimo, associato ad un’economia in nero altrettanto alta, così come l’evasione e, unico caso insieme al Messico, ha ben quattro Regioni in mano alla criminalità organizzata. Questi cancri irreversibili sono aggravati da una gestione dell’emergenza incostituzionale, approssimativa e minata ancora di più da un regionalismo incompiuto, inconcludente ed in mano ad una classe politica totalmente impreparata e inadeguata”.
Stiamo assistendo ad un deficit della Democrazia?
“La censura di fatto - offerta dai grandi motori di ricerca - delle opinioni discordanti è la prova provata della maturata illiberalità di questo Paese. La volontà di affermazione del pensiero unico, l’idea che le cose potessero stare soltanto in un certo modo, unite alla considerazione crescente della non opportunità del dubbio, costituiscono pericolosi attentati alla nostra Democrazia, che occorre sminare con tutti i mezzi a disposizione. Anche in un periodo di emergenza sanitaria la libertà delle idee non può venir meno”.
C’è un diritto alla salute in grado di prevalere su qualunque altro?
“Non è previsto legislativamente un comitato di crisi (attualmente duplice e pletorico, sia per la parte relativa al tracciamento, sia per la parte relativa alla ripresa) e, quindi, si procede con scelte fantasiose, completamente adottate fuori dai parametri legislativi, costituzionali e sistematici, cercando - e, purtroppo, riuscendo - a far passare il valore della salute pubblica come preminente sulla libertà personale. In tempi non sospetti, il costituzionalista Alessandro Pace, con la voce dell’Enciclopedia del Diritto ‘Libertà personale’ (dir. cost.), scriveva espressamente che ‘Va subito affermato che non sembra che l’art. 13 possa cedere all’art. 32; pertanto tutte le restrizioni coattive per motivi di sanità devono di necessità seguire la via giurisdizionale prevista da quell’articolo’ (pag. 298). Ed ancora Alessandro Pace ‘D’altro canto mai potrebbe, dall’autorità pubblica, essere invocato l’art. 32 della Costituzione per derogare, per motivi di salute, alla portata e alle garanzie dell’art. 13’ (pag. 296). Correva l’anno 1974”.
Siamo tutti pieni di dubbi in questo momento. Come sarà il futuro?
“Prima o poi si uscirà dalla pandemia da Covid-19. L’umanità, in passato, ha già superato altre durissime prove, ben più pericolose, uscendone sempre viva, riportando più di una semplice frattura alle ossa. Superare la crisi economica e finanziaria che sta avanzando sarà, invece, decisamente più difficile. Si assisterà sicuramente ad un crollo del PIL, congiunto ad un fabbisogno di liquidità da iniettare nel sistema, se non altro per consentire alla popolazione di sopravvivere. Queste sono ormai due certezze, di cui tutti sono consapevoli”. Non ho altro da aggiungere, vostro onore
 Silvia Gullino

martedì 5 maggio 2020

MISERAMENTE RICCHI



Come ha scritto Francis Scott Fitzgerald

“ i ricchi sono diversi da te e me, 
la loro ricchezza li rende cinici e gli fa credere 
di essere migliori di noi”

Secondo l' Oxfam, dal 2015 1% più ricco al mondo possiede più ricchezza del resto del pianeta. I miliardari pensano che il loro destino non sia più legato a quello delle altre persone convinti di vivere su un altro pianeta che falsamente si sono costruiti con i loro privilegi. Come pure le grandi aziende non ammetteranno mai i loro tentativi di indebolire i sindacati, e contrastare le misure dei governi in tema del lavoro, ambiente e privacy. Mano a mano che il ricordo della crisi finanziaria del 2008 sbiadisce, rispolverano il mito secondo cui non dipendono più dagli stati.

Quando sappiamo che quando scoppia una crisi sono i governi con gli interventi pubblici a salvare le grandi aziende per salvaguardare i posti di lavoro, una forma diabolica di ricatta che in questo va a favorire sempre i ricchi piuttosto che i lavoratori. Le aziende dovrebbero essere cedute alla gestione dei lavoratori e non salvate con soldi pubblici e rimesse nelle mani degli stessi che generano le crisi finanziarie. Queste scelte politiche sembrano scritte per ridistribuire la ricchezza verso l'alto ad ogni crisi.

Questo meccanismo produce l'ottusità dei sostenitori del libero mercato che stanno danneggiato i loro stessi interessi perchè non hanno capito che trasferire i posti di lavoro in paesi con standard sindacali , ambientali e giuridici più bassi è una questione di pubblico interesse – Come ha scritto l'economista Branko Milanovic “ si rifiutano di pagare un salario decente, ma finanziano le filarmoniche” I ricchi devono smettere di pensare di essere una classe a se.

Paradossalmente la globalizzazione è il peggior nemico della capitalismo che inizia ad avere meno possibilità di sfruttare lavoratori e materie prime a basso costo dei paesi in via di sviluppo.

Il capitalismo ha completato il suo ciclo evolutivo trasformandosi in finanza pura, non esistono più padroni di operai ma padroni di soldi che controllano tutto ed i politici, a loro asserviti, sono i legislatori dei loro voleri.

L’amore dopo la grande mutazione


L' Amore dopo la grande mutazione
18 aprile 2020
Mi sono ammalato a Parigi l’11 marzo, prima che il governo francese decretasse le misure d’isolamento della popolazione, e poco più di una settimana dopo, quando sono guarito, il mondo era cambiato. Mi ero messo a letto mentre il mondo era ancora vicino, collettivo, vischioso e sporco. Mi sono rialzato ed era diventato distante, individuale, asettico e igienico. Durante la malattia non potevo valutare quel che succedeva da un punto di vista politico o economico, perché la febbre e il malessere avevano la meglio sulle mie energie vitali. Nessuno è filosofo quando la testa ti sembra esplodere.
Di tanto in tanto seguivo le notizie, cosa che aumentava il mio disagio. La realtà era indissociabile da un brutto sogno, e le prime pagine dei giornali erano ancora più sconcertanti di qualunque incubo provocato dai miei deliri febbrili. Come ricetta antistress per due giorni ho deciso di non aprire internet. A questo e all’olio essenziale di origano attribuisco la mia guarigione. Non avevo difficoltà a respirare, ma faticavo a pensare di continuare a respirare. Non avevo paura di morire, ma avevo paura di farlo da solo.
La nuova forma delle cose
Tra la febbre e l’ansia mi sono detto che i parametri di organizzazione del comportamento sociale erano cambiati per sempre e che non si sarebbero potuti modificare mai più. E mentre la mia respirazione diventava più facile, ho sentito la forza di un’evidenza che mi ha lasciato senza fiato: tutto sarebbe rimasto per sempre nella nuova forma che le cose avevano preso.
Avremmo avuto accesso a forme di consumo digitale sempre più spinte, ma in questo modo i nostri corpi, i nostri organismi fisici, sarebbero stati privati di qualunque contatto e di qualunque vitalità. La mutazione avrebbe preso la forma di una cristallizzazione della vita organica, di una digitalizzazione del lavoro e dei consumi, e di una smaterializzazione del desiderio.
Che importanza ha dire alla persona amata che l’amate, se comunque non la potrete più rivedere?
Le coppie sposate sarebbero state confinate in casa 24 ore su 24, poco importa se amando o detestando il coniuge, o entrambe le cose, il che, tra l’altro, è una cosa normalissima: la coppia è retta da una legge della fisica quantistica secondo cui non c’è opposizione di termini contrari, ma una simultaneità di fatti dialettici.
In questa nuova realtà chi di noi aveva perso l’amore o non l’aveva trovato in tempo, cioè prima della grande mutazione del covid-19, sarebbe stato condannato a passare il resto della vita completamente solo. Saremmo sopravvissuti ma senza tatto, senza pelle. Chi non aveva osato dire alla persona amata che l’amava non avrebbe più potuto raggiungerla anche se poteva continuare a esprimere il suo amore e doveva adesso vivere per sempre nell’attesa impossibile di un incontro fisico che non ci sarebbe mai stato. Chi aveva scelto di viaggiare sarebbe rimasto per sempre dall’altra parte della frontiera, e i borghesi partiti in crociera o in campagna per passare i giorni di isolamento nelle loro piacevoli seconde case (poverini!) non sarebbero più potuti tornare in città. Le loro abitazioni principali sarebbero state requisite per accogliere i senza dimora che, a differenza dei ricchi, vivono in permanenza in città.
Tutto sarebbe stato definito sulla base di questa forma nuova e imprevedibile che le cose avevano preso dopo il virus. Quello che sembrava un isolamento temporaneo si sarebbe prolungato per il resto della nostra vita. Forse le cose sarebbero cambiate di nuovo, ma non per chi di noi ha più di quarant’anni. Questa sarebbe stata la nuova realtà. La vita dopo la grande mutazione. Mi sono quindi chiesto se valeva la pena continuare a vivere così.
La mia teoria del complotto preferita
La prima cosa che ho fatto uscendo dal letto, dopo essere stato malato per una settimana tanto enorme e strana quanto un nuovo continente, è stata quella di chiedermi: in quali condizioni e in che modo varrebbe la pena continuare a vivere? La seconda cosa, prima di trovare una risposta a questa domanda, è stata scrivere una lettera d’amore. Tra tutte le teorie del complotto che ho letto, quella che mi ha più sedotto afferma che il virus è stato creato da un laboratorio per fare in modo che tutti gli amanti abbandonati del mondo possano ritrovare i loro ex, senza però essere veramente obbligati a tornare insieme.
Piena di lirismo e di tutte le angosce accumulate in una settimana di malattia, di timori e di dubbi, la lettera alla mia ex non era solo una dichiarazione d’amore tanto poetica quanto disperata, ma era soprattutto un documento umiliante per chi l’aveva scritta. Ma se le cose non potevano più cambiare, se la lontananza impediva per sempre di toccarsi di nuovo, che importanza poteva avere il fatto di rendersi ridicoli in questo modo? Che importanza poteva avere il fatto di dire il vostro amore alla persona amata, sapendo che probabilmente vi aveva già dimenticato o sostituito, se comunque non l’avreste mai più potuta rivedere? La nuova situazione, nella sua granitica immobilità, permetteva un nuovo grado di sorpresa, ma anche della propria capacità di mettersi in ridicolo.
Ho scritto questa lettera bella e terribilmente patetica a mano, l’ho messa in una busta bianchissima e sopra ho scritto, con la mia migliore calligrafia, il nome e l’indirizzo della mia ex. Mi sono vestito, ho messo una maschera, i guanti e le scarpe che avevo lasciato vicino alla porta, e sono sceso al piano terra. Qui, seguendo le regole dell’isolamento, non mi sono diretto al portone ma sono andato in cortile dove si butta la spazzatura. Ho aperto il contenitore per la differenziata e ci ho messo la lettera, rigorosamente in carta riciclabile.
Sono risalito tranquillamente nel mio appartamento. Ho lasciato le scarpe davanti alla porta, sono entrato, mi sono tolto i pantaloni e li ho messi in un sacco di plastica, ho tolto la maschera e l’ho messa sul balcone per farle prendere aria, ho tolto i guanti, li ho gettati nella spazzatura e mi sono lavato le mani per due interminabili minuti. Tutto, assolutamente tutto era definito dalla procedura che si era imposta dopo la grande mutazione. Sono tornato al computer e ho controllato la posta: ed eccola lì, un’email della mia ex intitolata “Penso a te durante la crisi del virus”.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Libération.

domenica 3 maggio 2020

La gestione politica di Covid-19 come forma di amministrazione della vita e della morte di Paul B. Preciado



La gestione politica di Covid-19 come forma di amministrazione della vita e della morte traccia i contorni di una nuova soggettività. Ciò che sarà inventato dopo la crisi sarà una nuova utopia della comunità immunitaria e una nuova forma di controllo di massa dei corpi umani.
Il soggetto delle società neoliberiste tecno-patriarcali che il Covid-19 sta costruendo non ha pelle, è intoccabile, non ha mani.
Non scambia beni materiali né paga con denaro.
È un consumatore digitale con una carta di credito.
Non ha labbra né lingua.
Non parla dal vivo, lascia un messaggio vocale.
Non si riunisce e non si collettivizza.
È radicalmente individuale.
Non ha volto, ha una maschera.
Per esistere, il suo corpo organico è nascosto dietro una serie indefinita di mediazioni semio-tecniche, una serie di protesi cibernetiche che sono anch’esse maschere: indirizzo e-mail, account Facebook, Instagram e Skype.
Non è un agente fisico, ma un tele-produttore,
è un codice,
un pixel,
un conto bancario,
una porta con un nome,
un indirizzo a cui Amazon può inviare i suoi ordini.

ll virus ha anche reso visibile una cartografia delle aree improduttive del corpo sociale all'interno della nuova gestione farmacopornografica, quelle che sembrano essere obsolete nel nuovo regime di produzione tecno-digitale. 
Queste sono aree che erano già state lasciate dall'altra parte del confine biopolitico e che oggi appaiono doppiamente vulnerabili: dove vivono gli anziani, coloro che non saranno più in grado di trasformarsi in soggetti tecno-cibernetici, in particolare quelli istituzionalizzati nelle industrie della morte note come case di riposo; organismi considerati disabili, in particolare quelli istituzionalizzati nelle industrie della morte noti come residenze per disabili; gli organismi criminali rinchiusi nelle industrie della morte conosciute come carceri, universi paralleli totalmente al di fuori della bolla di Internet ... 
Le istituzioni di confinamento, compresi gli ospedali, ora appaiono, non come enclave di mantenimento del ordine e disciplina sociale, ma come legami fragili in una catena biopolitica in evoluzione.
Uno dei cambiamenti biopolitici fondamentali nelle tecniche farmacopornografiche che caratterizzano la crisi di Covid-19 è che la casa personale, la casa, la casa privata e non le tradizionali istituzioni di contenimento e normalizzazione della società (ospedale, fabbrica, prigione, scuola ...), ora appare come il nuovo centro di produzione, consumo e controllo politico. 
Non si tratta più solo di rendere la casa il luogo in cui il corpo è confinato, come nel caso della gestione della peste. 
La casa personale è ormai diventata il centro dell'economia della tele-consumo e della tele-produzione. 
Lo spazio domestico ora esiste come punto in uno spazio di cyber sorveglianza, un luogo identificabile su una mappa di Google, un'immagine riconoscibile da un drone.
I nostri mezzi di telecomunicazione portatili sono i nostri nuovi carcerieri e i nostri stessi interni domestici sono diventati la nostra prigione molle e iperconnessa del futuro.

UNA OPPORTUNITA’

Tutto ciò potrebbe essere una brutta notizia o una grande opportunità. È proprio perché i nostri corpi sono le nuove enclavi del biopotere e i nostri appartamenti le nuove cellule della biovigilanza che è più urgente che mai inventare nuove strategie di emancipazione cognitiva e resistenza, per iniziare nuove forme di antagonismo.

Contrariamente a quanto si possa immaginare, la nostra salute non verrà dal confine o dalla separazione, ma da una nuova comprensione della comunità con tutti gli esseri viventi, un nuovo equilibrio con altri esseri viventi nel pianeta.
Abbiamo bisogno di un parlamento di corpi planetari, un parlamento non definito in termini di identità o politiche di nazionalità, un parlamento di corpi (vulnerabili) che vivono sul pianeta Terra. L'evento Covid-19 e le sue conseguenze ci esortano una volta per tutte a superare la violenza con cui abbiamo definito la nostra immunità sociale.
La guarigione e il recupero non possono essere un puro gesto immunologico di ritiro dal sociale, di chiusura della comunità.
La guarigione e la cura non possono che essere un processo di trasformazione politica.
Guarire in quanto società significherebbe inventare una nuova comunità al di là delle politiche di identità e il frontiera con cui finora abbiamo prodotto la sovranità, ma anche al di là della riduzione della vita alla biosorveglianza cibernetica .
Restare in vita, mantenerci in vita come pianeta, di fronte al virus ma anche a ciò che potrà succedere, significa mettere in atto nuove forme di cooperazione planetaria. Così come il virus muta, se vogliamo resistere alla sottomissione, anche noi dobbiamo subire una mutazione.

Dobbiamo passare da una mutazione forzata a una mutazione decisa da noi. Dobbiamo operare una riappropriazione critica delle tecniche biopolitiche e dei loro dispositivi farmacopornografici. Prima di tutto, è indispensabile modificare il rapporto dei nostri corpi con le macchine per biovigilanza e biocontrollo: non sono semplicemente dispositivi di comunicazione. Dobbiamo imparare collettivamente a modificarli. Dobbiamo anche imparare a disalinearci. I governi chiedono il confino e il telelavoro. Sappiamo che stanno chiedendo la de-collettivizzazione e il telecontrollo. Usiamo il tempo e la forza del confino per studiare le tradizioni di lotta e resistenza delle minoranze che fino a oggi ci hanno aiutato a sopravvivere. Spegniamo i nostri telefoni cellulari, disconnettiamoci da Internet. Facciamo il grande blackout di fronte ai satelliti che ci osservano e riflettiamo insieme sulla rivoluzione in arrivo.

martedì 28 aprile 2020

Il falso problema delle post-verità




Evgeny Morozov
è un sociologo e giornalista bielorusso, esperto di nuovi media, interessato allo studio degli effetti dispiegati sulla società, e sulla pratica della politica, dallo sviluppo della tecnologia e, in particolare, dalla crescente diffusione e disponibilità di mezzi di comunicazione telematica

La democrazia sta annegando in un mare di notizie false. Questa è la rassicurante conclusione a cui sono arrivati tutti quelli che nel 2016 hanno perso nelle consultazioni popolari, dalla Brexit alle presidenziali statunitensi al referendum in Italia. Per queste persone il problema non è che il Titanic del capitalismo democratico stia navigando in acque pericolose, ma che ci siano troppe notizie false sulla presenza di iceberg all’orizzonte. Da qui nascono tutte le soluzioni sbagliate: vietare i memi su internet, creare commissioni di esperti per controllare la veridicità delle notizie, multare i social network che diffondono falsità.
La crisi delle notizie false segnerà il collasso della democrazia o è solo la conseguenza di un malessere più profondo e strutturale? E’ evidente che esiste una crisi, ma una democrazia matura dovrebbe chiedersi se al centro di questa crisi ci sono davvero le notizie false o qualcosa di molto diverso. Le nostre élite, purtroppo, non hanno intenzione di farlo. La loro narrazione sulle notizie false è essa stessa falsa. E’ una spiegazione superficiale di un problema strutturale di cui rifiutano di ammettere l’esistenza. Il fatto che l’establishment abbia scelto di concentrarsi sulle notizie false dimostra fino a che punto la sua visione del mondo sia ottusa.
La vera minaccia non è l’emergere della democrazia illiberale, ma la persistenza di una democrazia immatura. Questa immaturità si manifesta in due negazioni: la negazione delle origini economiche dei problemi attuali e la negazione della profonda corruzione delle competenze professionali. Il primo rifiuto emerge chiaramente quando fenomeni come Donald Trump vengono collegati a fattori culturali come il razzismo o l’ignoranza degli elettori. Il secondo consiste nel negare che l’enorme insoddisfazione delle presone nei confronti delle istituzioni nasca dalla piena consapevolezza del modo in cui operano, e non dall’ignoranza.
Il panico sulle notizie false illustra alla perfezione queste due negazioni. Il rifiuto di riconoscere che la crisi delle notizie false ha un’origine economica fa sì che nella vicenda delle presunte influenze di hacker russi sulle lezioni statunitensi il capro espiatoria sia il Cremlino e non l’insostenibile modello economico del capitalismo digitale. Ma nessuna interferenza esterna potrebbe mai produrre notizie virali su questa scala. I movimenti di svitati che vivono sulle notizie false ci sono sempre stati, solo che in passato mancava un’infrastruttura digitale capace di rendere virali le teorie più assurde. Il problema non sono le notizie false, ma la velocità con cui si diffondono. Questo problema esiste perché il capitalismo digitale rende estremamente proficua la produzione e la circolazione di notizie false ma invitanti. Basti pensare a Google e Facebook.
Per inquadrare la crisi delle notizie false in questo modo, però, bisognerebbe superare le due negazioni fondamentali. Ma chi vorrebbe mai riconoscere che negli ultimi trent’anni sono stati i partiti politici e di centrosinistra e centrodestra a sostenere i geni della Silicon Valley, a privatizzare le telecomunicazioni e trascurare le leggi antitrust?
Il secondo tipo di negazione ignora la crisi dell’attuale modello di conoscenza basato sulla specializzazione. Quando i centri studi accettano di buon grado finanziamenti da governi stranieri, le aziende energetiche finanziano ricerche che negano il cambiamento climatico e i commissari europei lasciano il loro posto a Bruxelles per andare a lavorare a Wall Street, non possiamo certo criticare i cittadini che non si fidano degli “esperti”.
Ancora peggio è quando  a parlare di notizie false sono i mezzi di informazione che, pressati dalla crisi, sono i primi a diffonderle. Basta pensare al Washington Posta, no dei pochi giornali che oggi sostiene di essere in attivo. Dopo aver accusato vari siti d’informazione di diffondere la propaganda russa, di recente il Post ha dato la notizia di un attacco informatico russo contro una centrale elettrica statunitense. A quanto pare questo attacco non c’è mai stato, e il giornale non ha nemmeno contattato il gestore della centrale per verificare la notizia. Nell’economia digitale la verità è qualsiasi cosa attiri l’attenzione. Sentire giornalisti lamentarsi senza nemmeno riconoscere le loro colpe non rafforza la fiducia delle persone negli esperti. Non so  se la democrazia stia davvero annegando in un mare di false notizie, ma di sicuro sta affogando nell’ipocrisia dell’élite.
L’unica soluzione è rivedere le basi del capitalismo digitale. Dobbiamo fare in modo che la pubblicità online sia meno centrale nelle nostre vite, nel nostro lavoro e nel nostro modo di comunicare. Allo stesso tempo dobbiamo garantire più potere decisionale ai cittadini invece di affidarci a esperti facilmente corruttibili e ad aziende interessate solo al profitto. Questo significa costruire un mondo in Facebook e Google non abbiano  tutta questa influenza. E’ una missione degna di una democrazia matura. Purtroppo le democrazie attuali, soffocate dalla negazione, preferiscono dare la colpa a tutti meno che a sé stesse.


Articolo uscito su Internazionale del 12 gennaio 2017


venerdì 24 aprile 2020

Arundhati Roy - Il Male oscuro del Capitalismo


Ciò che segue in questo saggio può sembrare ad alcuni una critica feroce. D’altro canto, nella tradizione di onorare i propri avversari, potrebbe essere interpretato come un riconoscimento della visione, flessibilità, sofisticazione e incrollabile determinazione di coloro che hanno dedicato la propria vita a mantenere sicuro il mondo per il capitalismo.
La loro storia affascinante, che è svanita dalla memoria contemporanea, è iniziata negli Stati Uniti agli inizi del ventesimo secolo quando, attrezzata sotto forma di fondazioni finanziate, la filantropia industriale ha cominciato a sostituire l’attività missionaria come via capitalista (e imperialista) all’apertura e alla salvaguardia del mantenimento dei sistemi. Tra le prime fondazioni create negli Stati Uniti ci furono la Carnegie Corporation, finanziata nel 1911 con gli utili della Compagnia Siderurgica Carnegie e la Fondazione Rockefeller, sovvenzionata nel 1914 da J.D.Rockfeller, fondatore della Standard Oil Company. I Tata e gli Ambani dell’epoca.
Alcune delle istituzioni finanziate, dotate del capitale iniziale o sostenute dalla Fondazione Rockfeller sono l’ONU, la CIA, il Consiglio per le Relazioni con l’Estero, il favoloso Museo di Arti Moderne di New York e, naturalmente, il Centro Rockfeller di New York (dove il murale di Diego Riviera dovette essere rimosso dalla parete perché ritraeva maliziosamente i capitalisti dissoluti e un valoroso Lenin. La Libertà di Parola si era presa la sua giornata libera).
J.D.Rockfeller fu il primo miliardario statunitense e l’uomo più ricco del mondo. Era abolizionista, sostenitore di Abraham Lincoln e astemio. Riteneva che il suo denaro gli fosse stato dato da Dio, il che dovette essere una gran bella cosa per lui.
Ecco un estratto da una delle prime poesie di Pablo Neruda, intitolata ‘Standard Oil Company’:
I loro obesi imperatori di New York
sono assassini dal sorriso soave
che comprano seta, nylon, sigari,
piccoli dittatori e tiranni.

Comprano nazioni, popoli, mari, polizia, consigli comunali,
regioni remote dove i poveri ammassano il loro grano
come i taccagni il loro oro:
la Standard Oil li risveglia,
li mette in uniforme, stabilisce
quale fratello è il nemico.
Il paraguaiano combatte la sua guerra
e il boliviano deperisce
nella giungla con il suo mitra.

Un presidente assassinato per una goccia di petrolio,
un’ipoteca su un milione di acri,
un’esecuzione rapida in un mattino di luce mortale, pietrificato,
un nuovo capo di prigionia per i sovversivi,
in Patagonia, un tradimento, spari occasionali
sotto una luna di petrolio,
un astuto cambio di ministri
nella capitale, un sussurro
come una marea di petrolio,
e zap!, vedrete
come le lettere della Standard Oil brilleranno sopra le nuvole,
sopra i mari, a casa vostra,
illuminando i loro domini.

Quando le fondazioni sovvenzionate dall’industria fecero la loro comparsa negli Stati Uniti, ci fu un feroce dibattito riguardo alla loro provenienza, legalità e mancanza di responsabilità. Fu suggerito in quei giorni che se le imprese disponevano di tanto denaro in eccesso avrebbero dovuto aumentare le paghe ai propri dipendenti (la gente proponeva queste idee oscene persino negli Stati Uniti in quei giorni). L’idea di queste fondazioni, così comuni ora, fu in effetti un balzo d’ingegno da parte del mondo degli affari. Entità legali esenti da tassazione con risorse enormi e competenze quasi illimitate – del tutto esenti dall’essere chiamate a rispondere, del tutto non trasparenti – quale modo migliore per far fruttare la ricchezza economica come capitale politico, sociale e culturale, per trasformare il denaro in potere? Quale modo migliore per gli usurai per utilizzare una percentuale minuscola dei loro profitti per dominare il mondo? Come, altrimenti, si troverebbe Bill Gates, che indiscutibilmente sa un paio di cose sui computer, a progettare le politiche dell’istruzione, sanitarie e agricole non solo del governo USA, ma dei governi di tutto il mondo?
Nel corso degli anni, con la constatazione del po’ di bene effettivo che le fondazioni facevano (gestire librerie pubbliche, sradicare malattie), il collegamento tra le imprese e le fondazioni che queste sovvenzionavano ha cominciato a offuscarsi. Alla fine è scomparso del tutto. Ora persino quelli che si considerano di sinistra non si fanno scrupolo di accettarne la munificenza.
Arrivati agli anni ’20 il capitalismo statunitense cominciò a guardare all’estero, per materie prime e mercati oltremare. Le fondazioni cominciarono a formulare l’idea del governo mondiale delle imprese. Nel 1924 le fondazioni Rockfeller e Carnegie crearono insieme quello che oggi è il più potente gruppo di pressione del mondo in politica estera, il Consiglio per le Relazioni con l’Estero (CFR) che successivamente arrivò ad essere finanziato anche dalla Fondazione Ford. Nel 1947 la CIA, appena creata, era sostenuta dal CFR è collaborava strettamente con esso. Nel corso degli anni tra gli iscritti al CFR ci sono stati 22 segretari di stato USA. Ci sono stati cinque membri del CFR nel comitato direttivo del 1943 che ha pianificato l’ONU e una donazione di 8,5 milioni di dollari da parte di J.D.Rockfeller acquistò il terreno su cui si trova il quartier generale dell’ONU a New York.
Tutti gli undici presidenti della Banca Mondiale dal 1946 – uomini che si presentavano come missionari dei poveri – sono stati membri del CFR. (L’eccezione è stato George Woods. Ed era un fiduciario della Fondazione Rockfeller e vicepresidente della Chase Manhattan Bank.)
A Bretton Woods la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) decisero che il dollaro doveva essere la moneta di riserva del mondo e che al fine di promuovere la penetrazione del capitale globale sarebbe stato necessarie rendere universali le prassi e gli standard in un mercato aperto. E’ a questo fine che hanno speso una grande quantità di denaro per promuovere il Buon Governo (fintanto che sono loro a tirare le redini), il concetto di Stato di Diritto (a condizione di aver voce in capitolo nella formulazione delle leggi) e centinaia di programmi anticorruzione (al fine di snellire il sistema da esse posto in essere). Due delle organizzazioni più opache e non chiamate a rispondere del mondo se ne vanno in giro ad esigere trasparenza e responsabilità dai governi dei paesi più poveri.
Considerato che la Banca Mondiale ha più o meno diretto le politiche economiche del Terzo Mondo, coartando paese dopo paese e spalancandone a forza i mercati alla finanza globale, si deve ammettere che la filantropia industriale si è rivelata essere l’affare più visionario di tutti i tempi.
Le fondazioni sovvenzionate dall’industria amministrano, contrattano o canalizzano il proprio potere e piazzano i propri pezzi sulla scacchiera attraverso un sistema di club e di gruppi di esperti d’élite, i cui membri si sovrappongono ed entrano ed escono attraverso porte girevoli.
Contrariamente alla varie teorie del complotto in circolazione, particolarmente tra i gruppi di sinistra, non c’è nulla di segreto, satanico o di tipo fra massonico in questa organizzazione. Non è diversa dal modo in cui le imprese utilizzano scatole vuote e conti all’estero per amministrare i propri quattrini, con l’eccezione che la moneta qui è il potere, non il denaro.
L’equivalente transnazionale del CFR è la Commissione Trilaterale, creata nel 1973 da David Rockefeller, dall’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale USA Zbigniew Brzesinski (membro fondatore dei Mujahideen afgani, precursori dei talebani), dalla Chase Manhattan Bank e da alcune altre eminenze private. Il suo scopo era di creare un legame duraturo di amicizia e cooperazione tra le élite del Nord America, dell’Europa e del Giappone. Ora è diventata una commissione penta laterale, perché comprende membri dalla Cina e dall’India (Tarun Das del CII; N.R. Narayanamurthy, ex CEO dell’Infosys; Jamsheyd N. Godrey, amministratore delegato della Godrej; Jamshed J. Irani, direttore della Tata Sons; Gautam Thapar, CEO dell’Avantha Group).
L’Istituto Aspen è un club internazionale di élite, uomini d’affari, burocrati, e politici locali con affiliati in molti paesi. Tarun Das è presidente dell’Istituto Aspen in India. Gautam Thapar ne è presidente. Numerosi alti dirigenti dell’Istituto Globale McKinsey (che ha proposto il Corridoio Industriale Delhi Mumbai) sono membri del CFR, della Commissione Trilaterale e dell’Istituto Aspen.
La Fondazione Ford (controparte liberale della più conservatrice Fondazione Rockefeller, anche se le due collaborano costantemente) fu creata nel 1936. Anche se è spesso sminuita la Fondazione Ford ha un’ideologia molto chiara, ben definita e lavora a contatto estremamente stretto con il Dipartimento di Stato USA. Il suo progetto di accrescere la democrazie e il “buon governo” rientra in larga misura nel piano di Bretton Woods di standardizzare la prassi affaristica e di promuovere l’efficienza del libero mercato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i comunisti sostituirono i fascisti come nemico numero uno del governo USA, furono necessarie nuove istituzioni per gestire la Guerra Fredda. La Ford fondò la RAND (Research and Development Corporation), un gruppo di esperti militari che iniziò con ricerche sugli armamenti per i servizi della difesa statunitensi. Nel 1952, per ostacolare “il persistente sforzo comunista di penetrare e distruggere le nazioni libere”, creò il Fondo per la Repubblica, che poi si trasformò nel Centro Studi sulle Istituzioni Democratiche il cui compiti consisteva nello scatenare intelligentemente la guerra fredda senza gli eccessi alla McCarthy. E’ attraverso queste lenti che dobbiamo vedere il lavoro che la Fondazione Ford sta facendo, con i milioni di dollari investiti in India, il suo finanziamento di artisti, registi e attivisti, le sue generose sovvenzioni di corsi universitari e di borse di studio.
Gli “obiettivi per il futuro dell’umanità” dichiarati dalla Fondazione Ford comprendono interventi in movimenti politici di base localmente e internazionalmente. Negli Stati Uniti fornisce milioni in finanziamenti e prestiti per sostenere il Movimento del Credito Cooperativo che fu introdotto dal proprietario di un grande magazzino, Edward Filene, nel 1919. Filene credeva nella creazione una società di consumo di massa di beni al dettaglio rendendo accessibile il credito ai lavoratori: un’idea radicale all’epoca. In realtà un’idea solo a metà radicale, perché l’altra metà di ciò in cui Filene credeva era una più equa distribuzione del reddito nazionale. I capitalisti si impadronirono della prima metà del suggerimento di Filene ed elargendo prestiti “accessibili” per decine di milioni di dollari ai lavoratori, trasformarono la classe lavoratrice statunitense in persone perennemente indebitate, affannate per essere all’altezza dei propri livelli di vita.
Molti anni dopo questa idea è scesa sulle campagne impoverite del Bangladesh, quando Mohammed Yunus e la Grameen Bank hanno portato il microcredito, con conseguenze disastrose, ai contadini indigenti. Le società di microfinanza in India sono responsabili di centinaia di suicidi: 200 nell’Andhra Pradesh nel solo 2010. Un quotidiano nazionale ha recentemente pubblicato una nota sul suicidio di una diciottenne che è stata costretta a consegnare le sue ultime 150 rupie, le sue tasse scolastiche, a impiegati prepotenti della società di microfinanza. La nota diceva: “Lavorate duro e guadagnate denaro. Non fatevi fare prestiti.”
C’è da fare un mucchio di soldi con la povertà, e anche da vincere qualche Premio Nobel. Negli anni ’50 le fondazioni Rockefeller e Ford, finanziando numerose ONG e istituzioni internazionali di istruzione, cominciarono a operare quasi da prolungamenti del governo USA che all’epoca stava rovesciando governi democraticamente eletti in America Latina, Iran e Indonesia.
(Fu quella anche circa l’epoca in cui fecero il loro ingresso in India, allora non allineata, ma chiaramente in direzione di un attacco all’Unione Sovietica). La Fondazione Ford creò un corso di economia in stile statunitense presso l’Università dell’Indonesia. Studenti dell’élite indonesiana, addestrati alla contro-insurrezione da ufficiali dell’esercito USA, svolsero un ruolo cruciale nel colpo di stato del 1965 appoggiato dalla CIA che mise al potere il generale Suharto. Il generale Suharto ripagò i suoi mentori massacrando centinaia di migliaia di ribelli comunisti.
Otto anni più tardi, giovani studenti cileni, che divennero noti come i Chicago Boys, furono portati negli USA per essere istruiti sull’economia neoliberale di Milton Friedman all’Università di Chicago (sovvenzionata da J.D.Rockefeller), in preparazione per il colpo di stato del 1973 appoggiato dalla CIA che uccise Salvador Allende e introdusse il generale Pinochet e il regno delle squadre della morte, delle sparizioni e del terrore che durò per diciassette anni. (Il delitto di Allende fu di essere un socialista eletto democraticamente e di aver nazionalizzato le miniere cilene).
Nel 1957 la Fondazione Rockefeller creò il premio Ramo Magsaysay per i leader comunitari in Asia. Fu intitolato a Ramon Magsaysay, presidente delle Filippine, un alleato fondamentale nella campagna USA contro il comunismo nell’Asia Sud-orientale. Nel 2000 la Fondazione Ford creò il premio Ramon Magsaysay per la Leadership Emergente. Il premio Magsaysay è considerato prestigioso dagli artisti, attivisti e operatori di comunità in India. Lo hanno vinto M.S. Subbulakshmi e Satyajit Ray, nonché Jayaprakash Narayan e uno dei migliori giornalisti indiani, P. Sainath. Ma essi hanno fatto per il premio Magsaysay più di quanto esso abbia fatto per loro. In generale, è diventato un arbitro garbato di quale tipo di attivismo è “accettabile” e quale no.
E’ interessante notare che il movimento anti-corruzione di Anna Hazare, l’estate scorsa, ha avuto alla testa tre vincitori del premio Magsaysay: Anna Hazare, Arvind Kejriwal e Kiran Bedi. Una delle molte ONG di Arvind Kejriwal è generosamente finanziata dalla Fondazione Ford. La ONG di Kiran Bedi è finanziata dalla Coca Cola e dalla Lehman Brothers.
Anche se Anna Hazare si autodefinisce un seguace di Gandhi, la legge che ha sollecitato – la legge Jan Lokpal – è stata antigandhiana, elitaria e pericolosa. Una campagna mediatica a tutto campo delle imprese lo ha proclamato voce del “popolo”. Diversamente dal movimento Occupy Wall Street negli Stati Uniti, il movimento di Hazare non spiccica verbo contro la privatizzazione, il potere delle imprese o le “riforme” economiche. Al contrario, i suoi principali sostenitori nei media sono riusciti ad allontanare i riflettori dai grandi scandali di corruzione delle imprese (che hanno coinvolto anche giornalisti di elevato profilo) e hanno utilizzato il maglio dei politici per richiedere una ulteriore riduzione dei poteri discrezionali del governo, più riforme, più privatizzazione. (Nel 2008 Anna Hazare ha ricevuto un premio della Banca Mondiale per servizi pubblici eccezionali). La Banca Mondiale ha diffuso una dichiarazione da Washington afferma che il movimento “combaciava” con la sua politica.
Come tutti i buoni imperialisti, i filantropoidi si propongono il compito di creare e addestrare organici internazionali che credano che il capitalismo e, per estensione, l’egemonia degli Stati Uniti, siano nel loro interesse. E che pertanto aiutino ad amministrare il Governo Globale delle Imprese nei modi in cui le élite native hanno sempre servito il colonialismo. Così è iniziata la scorreria delle fondazioni nell’istruzione e nelle arti, che diventano la loro terza sfera d’influenza, dopo la politica economica interna ed estera. Hanno speso (e continuano a spendere) milioni di dollari in istituzioni accademiche e in pedagogia.
Joan Roelofs nel suo splendido libro ‘Foundations and Public Policy: The Mask of Pluralism’ [Le fondazioni e la politica pubblica: la maschera del pluralismo] descrive come le fondazioni hanno rimodellato le vecchie idee su come insegnare le scienze politiche e hanno creato le discipline degli studi “internazionali” e di quelli “di area”. Ciò ha fornito ai servizi d’informazione e ai servizi di sicurezza USA una riserva di competenze in lingue e culture straniere da cui reclutare. La CIA e il dipartimento di stato USA continuano a collaborare con studenti e professori nelle università statunitensi, sollevando seri interrogativi sull’etica della cultura.
La raccolta di informazioni per controllare il popolo che governa è fondamentale per ogni potere dominante. Con il diffondersi in tutta l’India della resistenza all’acquisizione delle terre e alle politiche economiche, all’ombra della pura e semplice guerra nell’India Centrale, come tecnica di contenimento il governo si è imbarcato in vasto programma biometrico, forse uno dei progetti di raccolta di informazioni più ambizioso e costoso del mondo: il Numero Unico di Identificazione (UID). Le persone non hanno acqua potabile pulita, o servizi igienici, o cibo, o denaro, ma avranno le loro carte elettorali e i loro numeri UID. E’ una coincidenza che il progetto UID, gestito da Nandan Nilekani, ex CEO di Infosys, ufficialmente mirato a “garantire servizi ai poveri”, pomperà enormi quantità di denaro in un’industria informatica piuttosto sotto assedio? (Una stima prudente dello stanziamento per l’UID supera la spesa governativa annuale indiana per l’istruzione).
“Digitalizzare” un paese con una popolazione così vasta in larga misura illegittima o “illeggibile” – persone che per la maggior parte vivono nei ghetti, ambulanti, popolazioni tribali [adivasi] senza titoli di proprietà – la criminalizzerà, trasformando gli illegittimi in illegali. L’idea è di ricavare una versione digitale dell’Appropriazione dei Beni Comuni [Enclosure of the Commons] e di mettere enormi poteri nelle mani di una polizia statale che si sta facendo sempre più dura. L’ossessione tecnocratica di Nilekani per la raccolta di dati è coerente con l’ossessione di Bill Gates per gli archivi di dati, “obiettivi numerici”, “schede dei punteggi del progresso”. Come se fosse la mancanza di informazioni la causa della fame nel mondo, e non il colonialismo, l’indebitamento e una distorta politica imprenditoriale orientata al profitto.
Le fondazioni sovvenzionate dalle imprese sono i maggiori finanziatori delle scienze sociali e delle arti, sovvenzionando corsi e borse di studio per gli studenti di “studi dello sviluppo”, “studi delle comunità”, “studi culturali”, “scienze comportamentali” e “diritti umani”. Quando le università statunitensi hanno aperto le porte agli studenti internazionali, centinaia di migliaia di studenti, figli delle élite del Terzo Mondo, vi sono affluite. A quelli che non potevano permettersi le tasse sono state concesse borse di studio. Oggi in paesi come l’India e il Pakistan non c’è quasi famiglia dell’alta classe media che non abbia un figlio che abbia studiato negli Stati Uniti. Dalle loro fila sono venuti buoni studiosi e accademici, ma anche primi ministri, ministri delle finanze, economisti, avvocati delle imprese, banchieri e burocrati che hanno contribuito ad aprire le economie dei propri paesi alle imprese globali.
Gli studiosi delle versioni gradite alle fondazioni dell’economia e delle scienze politiche sono stati ricompensati con posti nel corpo docente, fondi per la ricerca, finanziamenti, donazioni e posti di lavoro. Quelli con posizioni non favorevoli alle fondazioni si sono ritrovati privi di fondi, emarginati e ghettizzati, con i loro corsi interrotti. Gradualmente ha cominciato a dominare il dibattito un immaginario particolare: una fragile, superficiale pretesa di tolleranza e multiculturalismo (che si muta, con brevissimo preavviso, in razzismo, fanatico nazionalismo, sciovinismo etnico o in islamofobia bellicista) sotto il cappello di un’unica ideologia economica omnicomprensiva e assolutamente non plurale. La cosa si è attuata in misura tale che ha cessato del tutto di essere percepita come un’ideologia. E’ divenuta la posizione predefinita, il modo naturale di essere. Ha infiltrato la normalità, colonizzato l’ordinarietà, e contrastarla comincia a sembrare tanto assurdo e strambo quanto mettere in discussione la realtà stessa. Da qui il passo a “Non c’è alternativa” è stato facile e rapido.
E’ solo ora, grazie al Movimento Occupy, che è comparsa una diversa lingua nelle strade e nei campus degli Stati Uniti. Vedere studenti con striscioni che dicono “Guerra di Classe” oppure “Non ci interessa che siate ricchi, ma ci interessa che compriate il nostro governo”, considerate le probabilità, è di per sé una rivoluzione.
Un secolo dopo che ha avuto inizio la filantropia delle imprese fa parte delle nostre vite tanto quanto la Coca Cola. Ci sono ora milioni di organizzazioni non a fini di lucro, molte delle quali collegate attraverso un bizantino labirinto finanziario alle fondazioni più grandi. Tra queste ultime, il settore “indipendente” ha un patrimonio di quasi 450 miliardi di dollari. La fondazione più grande è la Fondazione Bill Gates con 21 miliardi di dollari, seguita dal Fondo Lilly (16 miliardi di dollari) e dalla Fondazione Ford (15 miliardi di dollari).
Quando il FMI ha messo in atto l’Aggiustamento Strutturale, una imposizione ai governi di tagliare la spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e lo sviluppo, le ONG hanno fatto il loro ingresso. La Privatizzazione di Tutto ha anche significato ONG Dappertutto. Con la scomparsa dei posti di lavoro e delle fonti di sussistenza, le ONG sono diventate una fonte importante di occupazione, anche per quelli che le vedono per quello che sono. E certamente non sono tutte cattive. Tra i milioni di ONG alcune fanno un lavoro notevole, radicale, e sarebbe una parodia incatramare tutte le ONG con lo stesso pennello. Tuttavia le ONG delle imprese o sovvenzionate dalle Fondazioni sono la via della finanza globale all’investimento nei movimenti di resistenza, letteralmente allo stesso modo in cui gli azionisti acquistano azioni delle società e poi cercano di assumerne il controllo dall’interno. Si posizionano come nodi del sistema nervoso centrale, i percorsi attraverso cui fluisce la finanza globale. Operano da trasmettitori, ricevitori, ammortizzatori, attente a non infastidire mai i governi dei paesi ospitanti. (La Fondazione Ford richiede alle organizzazioni che finanzia di firmare un impegno al riguardo). Inavvertitamente (e a volte di proposito) servono da postazioni d’ascolto, con le loro relazioni, i loro seminari e le altre attività missionarie che alimentano dati in un sistema sempre più aggressivo di sorveglianza da parte di stati sempre più induriti. Quanto più un’area è inquieta, tanto maggiore il numero di ONG in essa.
In modo malizioso, quando il governo o segmenti della Stampa delle Imprese vogliono condurre una campagna di denigrazione con un movimento popolare genuino, come il Narmada Bachao Andolan o la protesta con il reattore nucleare di Koodankulam, lo accusano di essere una ONG che riceve “finanziamenti dall’estero”. Sanno benissimo che il mandato della maggior parte delle ONG, in particolare di quelle ben finanziate, consiste nel promuovere il progetto della globalizzazione delle imprese, non di contrastarlo.
Armate dei loro miliardi, queste ONG si sono scagliate nel mondo, trasformando potenziali rivoluzionari in attivisti salariati, finanziando artisti, intellettuali e registi, allettandoli gentilmente via dallo scontro radicale, accompagnandoli nella direzione del multiculturalismo, del genere, dello sviluppo della comunità, con il dibattito espresso nel linguaggio della politica identitaria e dei diritti umani.
La trasformazione dell’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani è stata un golpe concettuale in cui le ONG e le fondazioni hanno svolto un ruolo cruciale. La forte focalizzazione sui diritti umani consente un’analisi basata sulle atrocità in cui il quadro più vasto più essere escluso ed entrambe le parti in conflitto – ad esempio i maoisti e il governo indiano oppure l’esercito israeliano ed Hamas – possono essere ammonite entrambe come Violatrici dei Diritti Umani. Il sequestro della terra ad opera delle compagnie minerarie o la storia dell’annessione della terra palestinese da parte dello Stato d’Israele diventano poi note a piè di pagine con scarso rilievo nel dibattito. Con questo non si vuole suggerire che i diritti umani non contino. Contano, ma non sono un prisma sufficientemente buono attraverso il quale vedere o remotamente comprendere le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo.
Un altro golpe concettuale ha a che fare con il coinvolgimento delle fondazioni nel movimento femminista. Perché la maggior parte delle organizzazioni “ufficiali” femministe e delle donne in India mantengono un distanza di sicurezza tra esse e organizzazioni come, ad esempio, la Krantikari Adivasi Mahila Sangathan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Adivasi) che conta 90.000 membri in lotta contro il patriarcato nelle proprie comunità e contro l’espulsione nella foresta Dandakaranya ad opera delle compagnie minerarie? Com’è che l’espropriazione e la cacciata di milioni di donne dalla terra che possedevano e che lavoravano non è considerata un problema femminista?
La separazione del movimento femminista liberale dai movimenti popolari di base anti-imperialisti e anti-capitalisti non è iniziata con i maligni progetti delle fondazioni. E’ cominciata con l’incapacità di tali movimenti di adattarsi e di accogliere la rapida radicalizzazione delle donne che ebbe luogo negli anni ’60 e ’70. Le fondazioni hanno dimostrato del genio nel capire e nel muoversi a sostegno e nel finanziare la crescente impazienza delle donne nei confronti della violenza e del patriarcato nelle loro società tradizionali e addirittura tra i leader presunti progressisti dei movimenti di sinistra. In un paese come l’India, la scissione si è anche accompagnata alla divisione campagna-città. La maggior parte dei movimenti radicali anticapitalisti era localizzata nelle campagne dove, per la maggior parte, il patriarcato continuava a governare la vita della maggior parte delle donne. Le attiviste urbane che aderivano a tali movimenti (come il movimento Naxalita) erano state influenzate e ispirate dal movimento femminista occidentale e il loro cammino verso la liberazione era spesso in conflitto con quello che i loro leader maschi consideravano il loro dovere: trovare il loro posto tra “le masse”. Molte donne attiviste non erano disponibili ad attendere ancora la “rivoluzione” per porre fine all’oppressione e alla discriminazione quotidiane nelle loro vite, comprese quelle dei loro stessi compagni. Volevano che l’uguaglianza di genere fosse parte assoluta, urgente e non negoziabile del processo rivoluzionario e non soltanto una promessa per dopo la rivoluzione. Donne intelligenti, arrabbiate e disilluse hanno cominciato ad allontanarsi e a cercare altri mezzi di supporto e di sostentamento. In conseguenza, alla fine degli anni ’80, circa all’epoca in cui i mercati indiani si sono aperti, il movimento femminista liberale in un paese come l’India si è fatto estremamente ONG-izzato. Molte di queste ONG hanno fatto un lavoro determinante sui diritti degli omosessuali, sulla violenza domestica, sull’AIDS e i diritti delle lavoratrici del sesso. Ma, significativamente, i movimenti femministi liberali non sono stati in prima linea nel contrastare le nuove politiche economiche, nonostante il fatto che le donne fossero quelle che ne soffrivano di più. Manipolando l’erogazione dei fondi, le fondazioni sono riuscite in larga misura a circoscrivere la gamma di ciò che deve essere l’attività “politica”. I compiti istituzionali delle ONG ora prescrivono ciò che conta come “tema” femminile e ciò che non conta.
La trasformazione del movimento delle donne in ONG ha anche reso il femminismo liberale occidentale (in virtù del fatto di essere il marchio più finanziato) il detentore dello standard di ciò che costituisce il femminismo. La battaglie, al solito, si sono manifestate sul corpo delle donne, facendo spuntare il Botox su un versante e i burqa sull’altro. (E ci sono quelle che subiscono la doppia sberla, Botox e Burqa). Quando, come è accaduto recentemente in Francia, viene fatto un tentativo di costringere le donne ad abbandonare il burqa invece di creare una situazione in cui una donna possa fare ciò che desidera, non è liberarla bensì spogliarla. Diventa un atto di umiliazione e di imperialismo culturale. Non si tratta di burqa. Non si tratta di coercizione. Costringere una donna ad abbandonare il burqa è male quanto costringerla a indossarlo. Considerare il genere in questo modo, privato del contesto sociale, politico ed economico, lo rende un problema di identità, una battaglia di accessori e abbigliamento. E’ ciò che ha consentito al governo USA di utilizzare i gruppi femministi occidentali come copertura morale quando ha invaso l’Afghanistan nel 2001. Le donne afgane erano (e sono) in una situazione terribile sotto i talebani. Ma sganciare bombe su di loro non avrebbe risolto i loro problemi.
Nell’universo ONG, che ha sviluppato uno strano linguaggio anodino proprio, tutto è diventato un “soggetto”, un tema d’interesse speciale separato, professionalizzato. Lo sviluppo della comunità, lo sviluppo della leadership, i diritti umani, la sanità, l’istruzione, i diritti riproduttivi, l’AIDS, gli organi con AIDS, tutti sono stati ermeticamente sigillati nei loro propri silos con il loro proprio elaborato e preciso modulo di finanziamento. Il finanziamento ha frammentato la solidarietà in modi che non sarebbero stati possibili alla repressione. Anche la povertà, come il femminismo, è spesso inquadrata come problema identitario. Come se i poveri non fossero stati creati dall’ingiustizia ma fossero una tribù perduta che semplicemente capita esista ancora e possa essere recuperata nel breve termine da un sistema di rimedio dei reclami (amministrato dalle ONG su basi individuali, persona per persona) e la cui resurrezione a lungo termine deriverà dal Buon Governo. Nel regime del Capitalismo Globale delle Imprese la cosa va da sé.
La povertà indiana, dopo un breve periodo nella giungla mentre l’India “brillava”, ha fatto ritorno come identità esotica nelle Arti, guidata da film come The Millionaire. Queste storie riguardanti i poveri, il loro spirito e la loro resistenza straordinari, non hanno cattivi, eccetto quelli minori che garantiscono tensione narrativa e colore locale. Gli autori di queste opere sono gli equivalenti contemporanei mondiali dei primi antropologi, lodati e onorati per il loro lavoro “sul terreno”, per i loro coraggiosi viaggi nell’ignoto. E’ raro vedere i ricchi esaminati allo stesso modo.
Avendo risolto il problema di come gestire i governi, i partiti politici, le elezioni, i tribunali, l’opinione mediatica e liberale, restava ancora un’altra sfida per la dirigenza neoliberale: come gestire il crescente scontento, la minaccia del “potere del popolo”. Come lo si addomestica? Come si trasformano in animali domestici i dimostranti? Come si svuota la furia popolare e la si reindirizza in vicoli ciechi?
Anche qui le fondazioni e le organizzazioni loro alleate hanno un storia lunga e illustre. Un esempio rivelatore è il loro ruolo nel disinnescare e de radicalizzare il movimento per i Diritti Civili dei Neri negli Stati Uniti negli anni ’60 e la riuscita trasformazione del Potere Nero nel Capitalismo Nero.
La Fondazione Rockefeller, attenendosi agli ideali di J.D.Rockefeller, aveva collaborato strettamente con Martin Luther King senior (il padre di Martin Luther King jr). Ma la sua influenza svanì con l’ascesa di organizzazioni più militanti, il Comitato di Coordinamento Nonviolento degli Studenti e le Pantere Nere. Le Fondazioni Ford e Rockefeller entrarono in gioco. Nel 1970 donarono 15 milioni di dollari alle organizzazioni nere “moderate”, dando finanziamenti, cattedre, borse di studio, programmi di formazione per gli emarginati e denaro fondare aziende di proprietà di neri. La repressione, la conflittualità interna e lo specchietto per le allodole dei finanziamenti portarono alla graduale atrofizzazione delle organizzazioni radicali nere.
Martin Luther King Jr operò il collegamento vietato tra Capitalismo, Imperialismo, Razzismo e Guerra del Vietnam. In conseguenza, dopo che fu assassinato, persino il suo ricordo divenne una minaccia tossica all’ordine pubblico. Le Fondazioni e le Imprese lavorarono duro per rimodellare il suo legato in modo che si adattasse a una forza favorevole al mercato. Il Centro Martin Luther King Jr per il Cambiamento Sociale Nonviolento, con una sovvenzione operativa di 2 milioni di dollari fu costituito, tra gli altri, da Ford Motor Company, General Motors, Mobil, Western Electric, Procter & Gamble, US Steel e Monsanto. Il Centro amministra la Libreria King e gli Archivi del Movimento per i Diritti Civili. Tra i molti programmi che il Centro King gestisce ci sono stati progetti che “collaborano strettamente con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il Consiglio dei Cappellani delle Forze Armate e altri”. Ha co-patrocinato la Serie di Conferenze Martin Luther King Jr intitolata “Il sistema delle libere imprese: un agente per il cambiamento sociale nonviolento.” Amen.
Un golpe simile fu attuato nella lotta anti-apartheid in Sudafrica. Nel 1978 la Fondazione Rockefeller organizzò una Commissione di Studio sulla Politica USA nei confronti del Sudafrica. Il rapporto ammoniva contro la crescente influenza dell’Unione Sovietica sul Congresso Nazionale Africano (ANC) e affermava che gli interessi strategici USA e delle imprese (ovvero l’accesso ai minerali sudafricani) sarebbero stati serviti meglio se ci fossero state genuine condivisioni di potere politico tra tutte le razze.
Le fondazioni cominciarono a sostenere l’ANC. L’ANC attaccò presto le organizzazioni più radicali, come il movimento per la Consapevolezza Nera di Steve Biko e più o meno le eliminò. Quando Nelson Mandela venne eletto primo presidente nero del Sudafrica, fu canonizzato come un santo vivente, non solo perché era un combattente delle libertà che aveva passato 27 anni in prigione, ma anche perché si era affidato completamente al Consensus di Washington. Il socialismo scomparve dal programma dell’ANC. La grande “transizione pacifica” del Sudafrica, così lodata, non si è tradotta in riforme agrarie, non ci sono state richieste di riparazioni, nessuna nazionalizzazione delle miniere sudafricane. Invece ci sono state privatizzazioni e Aggiustamento Strutturale. Mandela ha concesso la più alta onorificenza civile del Sudafrica – l’Ordine della Buona Speranza – al suo vecchio sostenitore e amico generale Suharto, l’assassino dei comunisti in Indonesia. Oggi in Sudafrica una covata di ex radicali e sindacalista alla guida di Mercedes governa il paese. Ma ciò è più che sufficiente per perpetuare l’illusione della Liberazione Nera.
L’ascesa del Potere Nero degli Stati Uniti fu un momento d’ispirazione per l’ascesa del movimento radicale progressista dei Dalit in India, con organizzazioni come le Pantere Dalit che rispecchiavano le politiche militanti delle Pantere Nere. Ma anche il Potere Dalit, non esattamente allo stesso modo ma similmente, è stato frammentato e disinnescato e, con un mucchio di aiuto dalle organizzazioni hindu di destra e dalla Fondazione Ford, è avanti sulla strada per trasformarsi nel Capitalismo Dalit.
‘Dalit S.p.A. pronta a dimostrare che gli affari possono battere la casta’, ha scritto l’Indian Express a dicembre dell’anno scorso. Ha proseguito citando un mentore della Camera di Commercio e Industria Indiana del Dalit (DICCI). “La presenza del primo ministro a una riunione Dalit non è difficile da ottenere nella nostra società. Ma per gli imprenditori Dalit è un’aspirazione farsi fotografare con Tata e Godrej a un pranzo o a un tè, una prova che sono arrivati”, ha affermato. Data la situazione dell’India moderna sarebbe castale e reazionario affermare che gli imprenditori Dalit non dovrebbero avere un posto a una tavola elevata. Ma se questa fosse l’unica aspirazione, il quadro ideologico della politica Dalit, sarebbe un gran peccato. E avrebbe poche probabilità di aiutare il milione di Dalit che ancora si guadagnano da vivere rovistando manualmente tra i rifiuti, trattati umanamente da inferiori.
Gli studiosi Dalit che accettano sovvenzioni dalla Fondazione Ford non devono essere giudicati troppo severamente. Chi altro offre loro una possibilità di uscire dalla fogna del sistema castale indiano? La vergogna e gran parte della colpa di questa svolta degli eventi va anche al movimento comunista indiano i cui leader continuare ad appartenere prevalentemente alla casta superiore. Per anni ha cercato di adattare a forza l’idea della casta nell’analisi marxista delle classi. Ha fallito miseramente, così nella teoria come nella pratica. La spaccatura tra la comunità Dalit e la sinistra è iniziata con un alterco tra il visionario leader Dalit, Dr Bhimrao Ambedkar, e S.A. Dange, sindacalista e membro fondatore del Partito Comunista Indiano. La delusione di Ambedkar nei confronti del Partito Comunista cominciò con lo sciopero dei lavoratori del tessile a Mumbai nel 1928, quando si rese conto che, nonostante tutta la retorica sulla solidarietà della classe operaia, il partito non riteneva deplorevole che gli “intoccabili” fossero esclusi dal reparto della tessitura (e fossero qualificati soltanto per il reparto filatura, a paga più bassa) perché il lavoro comportava l’uso di saliva sui fili, cosa che altre caste consideravano “contaminante”.
Ambedkar si rese conto che in una società dove le scritture hindu istituzionalizzano l’intoccabilità e la disuguaglianza, la battaglia per gli “intoccabili”, per i diritti sociali e civili, era troppo urgente per attendere la promessa rivoluzione comunista. La frattura tra i seguaci di Ambedkar e la sinistra ebbe luogo a grave prezzo per entrambe le parti. Ha significato che la gran maggioranza della popolazione Dalit, la spina dorsale della classe lavoratrice indiana, ha appuntato le sue speranze di liberazione e di dignità al costituzionalismo, al capitalismo ed a partiti politici come il BSP, che pratica un importante, ma stagnante a lungo termine, tipo di politica identitaria.
Negli Stati Uniti, come abbiamo visto, le fondazioni sovvenzionate dalle imprese hanno prodotto la cultura delle ONG. In India la filantropia imprenditoriale mirata ha avuto inizio negli anni ’90, l’era delle Nuove Politiche Economiche. L’adesione alla Camera Stellata non costa poco. Il Gruppo Tata ha donato 50 milioni di dollari a quell’istituzione bisognosa, la Harvard Business School, e altri 50 milioni di dollari alla Cornell University. Nandan Nilekani, di Infosys, e sua moglie Rohini hanno donato 5 milioni di dollari come dotazione iniziale per l’Iniziativa India a Yale. Il Centro delle Discipline Umanistiche di Harvard è ora il Centro delle Discipline Umanistiche Mahindra, dopo aver ricevuto la donazione maggiore tra tutte di 10 milioni di dollari da Anand Mahindra del Gruppo Mahindra.
In patria, il Gruppo Jindal, con i principali interessi nelle miniere, nei metalli e nell’energia, gestisce la Scuola di Legge Globale Jindal e presto aprirà la Scuola Jindal di Governo e Politica Pubblica.
(La Fondazione Ford gestisce una scuola di legge in Congo). La Fondazione Nuova India, fondata da Nandan Nilekani, finanziata dai profitti della Infosys, concede premi e borse di studio a studiosi di scienze sociali. La Fondazione Sitaram Jindal, sovvenzionata dalla Jindal Aluminium, ha annunciato cinque premi in denaro di 50 milioni di rupie ciascuno da assegnarsi a chi lavora allo sviluppo agricolo, al sollievo dalla povertà, all’educazione ambientale e all’elevazione morale. La Fondazione di Ricerca Observer del Gruppo Reliance (ORF), attualmente sovvenzionata da Mukesh Ambani, è forgiata sullo stampo della Fondazione Rockefeller. Occupa agenti dei servizi segreti in pensione, analisti strategici, politici (che fingono di scagliarsi l’un contro l’altro in Parlamento), giornalisti e decisori politici come propri “associati” e consulenti di ricerca.
Gli obiettivi dell’ORF sembrano sufficientemente espliciti: “Contribuire a sviluppare il consenso a favore delle riforme economiche.” E modellare e influenzare l’opinione pubblica, creando “opzioni politiche alternative realizzabili tanto diverse quanto generare occupazione nei distretti arretrati e strategie in tempo reale per contrastare minacce nucleari, biologiche e chimiche.”
Sono stata inizialmente sconcertata dalla preoccupazione per “la guerra nucleare, biologica e chimica” tra gli obiettivi dichiarati dell’ORF. Ma molto meno quando, nella lunga lista dei suoi “partner istituzionali”, ho trovato i nomi di Raytheon e Lockheed Martin, due dei maggiori produttori di armi del mondo. Nel 2007 la Raytheon ha annunciato che stava rivolgendo la sua attenzione all’India. Potrebbe essere che almeno parte dei 32 miliardi di dollari del bilancio della difesa saranno spesi in armi, missili guidati, velivoli, navi da guerra e attrezzature di sorveglianza prodotti dalla Raytheon e dalla Lockheed Martin?
Abbiamo bisogno di armi per combattere guerre? O abbiamo bisogno di guerre per creare un mercato per le armi? Dopotutto le economie dell’Europa, degli USA e di Israele dipendono moltissimo dalle loro industrie belliche. E’ l’unica cosa che non hanno delocalizzato in Cina.
Nella nuova Guerra Fredda tra USA e Cina, l’India viene curata per svolgere il ruolo che il Pakistan svolse da alleato degli USA nella guerra fredda con la Russia. (E si guardi a cosa è successo al Pakistan). Molti di quegli editorialisti e “analisti strategici” che enfatizzano le ostilità tra India e Cina, vedrete, si possono ricondurre direttamente o indirettamente ai ‘pensatoi’ e alle fondazioni Indo-Statunitensi. Essere un “partner strategico” degli USA non significa che i Capi di Stato si scambiano di tanto in tanto delle amichevoli telefonate. Significa collaborazione (interferenza) ad ogni livello. Significa ospitare le Forze Speciali USA sul suolo indiano (un comandante del Pentagono lo ha recentemente confermato alla BBC). Significa condividere informazioni segrete, modificare le politiche agricole ed energetiche, aprire i settori della sanità e dell’istruzione agli investimenti globali. Significa aprire il commercio al dettaglio. Significa associazioni sbilanciate in cui l’India viene stretta in un abbraccio da orso e fatta ballare il valzer da un partner che la incenerirà nel momento in cui rifiuterà di ballare.
Nella lista dei “partner istituzionali” dell’ORF si riscontreranno anche la RAND Corporation, la Fondazione Ford, la Banca Mondiale, l’Istituto Brooking (la cui missione dichiarata consiste nell’ “offrire raccomandazioni innovative e pratiche che facciano progredire tre grandi obiettivi: rafforzare la democrazia statunitense; promuovere il benessere economico e sociale, la sicurezza e le opportunità per tutti i cittadini statunitensi e assicurare un sistema internazionale più aperto, sicuro, prospero e cooperativo”.) Troverete la Fondazione Rosa Luxemburg in Germania. (Povera Rosa, che morì per la causa del comunismo, con il proprio nome su una lista come questa!)
Anche se il capitalismo si intende basato sulla competizione, quelli al vertice della catena alimentare si sono dimostrati capaci anche di inclusione e solidarietà. I grandi Capitalisti Occidentali hanno fatto affari con fascisti, socialisti, despoti e dittatori militari. Sono in grado di adattarsi e di rinnovarsi costantemente. Sono capaci di pensare rapidamente e con immensa scaltrezza tattica.
Ma pur avendo forzato riforme economiche, avendo scatenato guerre e occupato militarmente territori al fine di realizzare “democrazie” del libero mercato, il Capitalismo sta attraversando una crisi la cui gravità non si è ancora rivelata completamente. Max affermò: “Ciò che pertanto la borghesia produce, soprattutto, è chi le scaverà la tomba. La sua caduta e la vittoria del proletariato sono egualmente inevitabili.”
Il proletariato, come lo concepiva Marx, è stato sotto continuo attacco. Le fabbriche sono state chiuse, i posti di lavoro sono spariti, i sindacati sono stati dispersi. Il proletariato, nel corso degli anni, è stato messo in contrasto al suo interno in ogni modo possibile. In India si è trattato degli hindu contro i mussulmani, degli hindu contro i cristiani, dei Dalit contro gli Adivasi, di casta contro casta, di regione contro regione. E tuttavia, in tutto il mondo, vi è un contrattacco. In Cina ci sono innumerevoli scioperi e rivolte. In India il popolo più povero del mondo ha contrattaccato per fermare alcune delle imprese più ricche sul loro cammino.
Il capitalismo è in crisi. La teoria delle ricadute dall’alto è fallita. Ora anche quella dei flussi verso l’alto è in difficoltà. Il crollo finanziario internazionale è prossimo. Il tasso di crescita dell’India è precipitato al 6,9%. Gli investimenti stranieri si stanno ritirando. Le maggiori imprese internazionali se ne stanno sedute su pile di denaro, insicure su dove investirlo, insicure riguardo a come la crisi finanziaria si evolverà. Questa è una ferita strutturale grave al bestione del capitale globale.
I veri “scavatori della fossa” possono finire per essere i suoi stessi Cardinali delusi che hanno trasformato l’ideologia in fede. Nonostante la loro genialità strategica, sembrano avere problemi nel capire un fatto semplice: il Capitalismo sta distruggendo il pianeta. I due vecchi trucchi che lo hanno tirato fuori in passato dalle crisi – Guerra e Consumi – semplicemente non funzioneranno.
Sono rimasta a lungo all’esterno di Antilla a guardar scendere il sole. Ho immaginato che la torre fosse tanto profonda quanto era alta. Che avesse una radice profonda ventisette piani, che serpeggiava sottoterra, risucchiando affamata sostentamento dalla terra, trasformandola in fumo e oro.

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