giovedì 19 settembre 2019

La fine del Biologico


Quando si tratta di Benessere non si può non parlare di alimentazione. Tralasciando scelte personali o ideologiche, la qualità di ciò che si mangia ha una importanza decisiva. La risposta e la speranza sono state riposte nel BIOLOGICO in tutta la sua filiera, dai semi ai foraggi, dai concimi alla lotta antiparassitaria.
L’idea del “Biologico per tutti” è sembrata diventare una possibilità ma Il successo stesso della diffusione del Bio rischia di diventare la principale causa della sua fine.
Oggi i prodotti bio sono usciti dalla nicchia, il settore si è dato strutture professionali: i produttori hanno creato associazioni, hanno aperto nuovi canali di vendita, hanno introdotto nuove modalità di gestione e strategie di marketing. Nelle maggiori città sono spuntati come funghi catene di negozi e supermercati bio. Alcune catene della grande distribuzione hanno creato proprie linee di prodotti biologici, hanno cominciato a venderli persino i discount.
Quella che era sembrata la transizione verso il “biologico per tutti” si è trasformata in una maledizione.
Il settore sta imboccando rapidamente la strada che conduce alla trappola della “convenzionalizzazione”. Questo perché il mercato esige un certo volume di produzione e questo si può ottenere soltanto rinunciando ai valori e ideali del bio, nato come alternativa a una industria agroalimentare che considera la terra e gli animali solo mezzi di produzione facilmente sfruttabili.
I prodotti bio per il consumo di massa diventano anonimi e con l’identità scompaiono anche i valori del movimento, mentre frodi e scandali stanno rovinando la reputazione del settore. Certo i controlli sono diventati più severi, ma i proprietari di terreni coltivabili rischiano di restare soffocati dalla burocrazia. Fino a pochi anni fa la produzione bio si contrapponeva all’agricoltura industriale come una idea diversa di sviluppo, ma ora mai rischia di ridursi a semplice tecnica di produzione alternativa. Oggi gran parte del settore è più vicina al nemico che all’idea originaria di agricoltura sostenibile.
Quanto più si farà forte la domanda tanto più l’agricoltura biologia rischia di allontanarsi dalla sua idea originale : chi produrrà biologico di massa inevitabilmente dovrà voltare le spalle all’idea di piccola azienda agricola con polli, maiali e vacche felici.
E questo ha come conseguenza le contraffazioni e gli scandali hanno iniziato a screditare il settore, nel 2011 a Verona, la guardia di finanza, dopo 4 anni di indagini, ha sequestrato 2.500 tonnellate di presunti prodotti biologici, in prevalenza mangimi e cereali, ma anche frutta fresca, provenivano da aziende agricole convenzionate, i contraffattori non erano ne agricoltori biologici ne produttori, lavoravano tutti come importatori e come verificatori, alla frode hanno partecipato proprio coloro che dovevano verificare l’attendibilità dei prodotti. Venticinque anni fa i certificatori erano molto motivati, sono stati i pionieri dell’agricoltura biologica. Erano loro stessi agricoltori e volevano diffondere le loro conoscenze tra i contadini. Oggi invece si tratta per lo più di burocrati che nel peggiore dei casi falsificano documenti per ottenere un profitto personale.

Eppure è solo nel Biologico che si può riporre la speranza per una alimentazione non manipolata dalle grandi aziende multinazionali che vogliono imporre il controllo delle sementi, certificandole e brevettandole attraverso la manipolazione genetica per obbligare produttori e consumatori a consumare ciò che vogliono loro. Affinche l’agricoltura biologica sia una valida alternativa l’unica soluzione è politica, l’agricoltura biologica deve diventare il modello standard di agricoltura. Le politiche vanno riformate ed invece di mantenere il biologico in una nicchia, vanno rese più severe le leggi che regolamentano l’agricoltura convenzionale creando una convergenza con le direttive sul biologico.

a cura della CTR della associazione Altern-attivA

mercoledì 18 settembre 2019

UTILI IDIOTI



Chi ci dà in pasto slogan, frasi fatte, chi ci martella con la propaganda più feroce, non solo ci vuole ingannare e manipolare ma, fondamentalmente, ci disprezza, considerandoci "Utili idioti".

"La...costruzione di partiti, movimenti, gruppi o organizzazioni di tipo diverso in cui radunare degli «utili idioti» che si agitino, creando situazioni e stati d’animo senz’altro artificiosi...

Non importa neppure che gli «utili idioti» credano nelle idee a cui giovano…. Possono svolgere la loro funzione per fede, oppure per una qualche convenienza, specificatamente per danaro, o per idiozia pura e semplice. In quest’ultimo caso rientrano anche coloro che sono «utili idioti» senza saperlo, divenuti cioè uomini arma inconsci. A chi muove i fili … basta che si agitino secondo il piano generale (che nella massima parte dei casi non conoscono).

La propaganda non deve basarsi sul ragionamento ma deve colpire attraverso elementi irrazionali, inconsci. Da qui la necessità di preferire al ragionamento, lo slogan, il simbolo, qualcosa che evochi concetti ed esigenze elementari strettamente connesse alla natura dell’uomo o del gruppo interessato…. Tutte le altre elucubrazioni più o meno intellettualistiche non hanno importanza, perché la massa le dimentica ancora prima di averle apprese, come tutte le cose troppo logiche o troppo difficili.. "(1).

1. Guido Giannettini, Tecniche della guerra rivoluzionaria, Roma, I gialli politici, 1965, pp. 52-53.



giovedì 15 agosto 2019

Abbiamo bisogno di nuovi eroi



Jon Lee Anderson, 
Clarin, 
Argentina
La faccia del Che è di per sé un marchio e il simbolo globale della ribellione pura
Il 9 ottobre 1967, quando i militari boliviani e gli agenti della Cia decisero di uccidere Ernesto “Che” Guevara de la Serna nel villaggio di La Higuera, nel dipartimento di Santa Cruz, erano convinti che la sua morte sarebbe stata la prova del fallimento dell’impresa comunista in America Latina. Non andò così. Contrariamente alle loro aspettative, la scomparsa di Guevara diventò il mito fondativo per le generazioni successive di rivoluzionari, che s’ispirarono al guerrigliero e cercarono d’imitarlo.

“Come possono andare dietro a un fallito?”, è la domanda che si fanno sempre gli oppositori di Guevara, di Fidel Castro, della rivoluzione cubana e di tutti quelli che hanno cercato di promuovere una rivoluzione socialista in America Latina negli ultimi cinquant’anni. Escono dai gangheri quando vedono giovani di altri paesi, anche del più potente e capitalista del mondo, gli Stati Uniti, indossare magliette con il volto del Che e, peggio ancora, manifestare la loro simpatia per il “guerrigliero eroico”, com’è ricordato ufficialmente a Cuba.

Non capiscono e non hanno mai capito che Guevara diventò un eroe per il modo in cui visse e, soprattutto, in cui morì. Poche altre figure pubbliche contemporanee hanno uguagliato il suo lascito, soprattutto in ambito socialista. Non ci sono magliette con il volto del leader sovietico Leonid Brežnev, dell’albanese Enver Hoxha o del cambogiano Pol Pot.

La creazione del mito di Guevara non è il semplice risultato di una campagna pubblicitaria alla Mad men. Se fosse così, anche “gli altri” avrebbero consolidato alcuni dei loro eroi nell’immaginario popolare, perché in fin dei conti furono loro a vincere la grande battaglia della guerra fredda. Ma dove sono le magliette con la faccia degli argentini Jorge Videla e Alfredo Astiz, o del dittatore cileno Augusto Pinochet?

Per una serie di ragioni, tra cui l’essere coerente con i propri ideali e pronto a morire per quelle idee, buone o cattive che fossero, Guevara andò oltre la cerchia dei suoi seguaci e diventò il guerrigliero per antonomasia. Una metamorfosi che trasformò il suo innegabile fallimento in Bolivia in una fonte d’ispirazione.

Il fatto che Guevara fosse giovane e bello quando morì ha alimentato la sua leggenda. E il fatto che il suo corpo senza vita ricordasse quello di Gesù facilitò la costruzione del mito postumo. Le idee di Guevara, espresse nel saggio Il socialismo e l’uomo a Cuba, probabilmente oggi sono molto meno note ai suoi giovani seguaci rispetto al celebre ritratto di Alberto Korda.

La faccia del “Che” è di per sé un marchio e il simbolo globale di una sfida allo status quo, della ribellione pura, soprattutto giovanile, contro le ingiustizie. È il volto dell’indignazione contro un mondo pieno di disuguaglianze in cui – dicono il volto e l’eredità del guerrigliero – bisogna prendere posizione e, se serve, combattere fino alle estreme conseguenze. Ci sono pochi altri volti in grado di esprimere un messaggio simile.

In parte è per questo che il mito di Guevara è ancora vivo. Si consolidò nell’epoca in cui la tv sostituiva la radio come mezzo di comunicazione di massa, e nascevano la cultura pop e quella del consumismo, in cui “sei quello che indossi” e non necessariamente quello che fai.

Un paradosso
Eccoci qui, cinquant’anni dopo, in un mondo in cui il brand è tutto: nel Regno Unito se porti vestiti Burberry sei quasi sicuramente un conservatore; negli Stati Uniti se guidi un’auto Subaru sei un elettore del Partito democratico, forse vegano o quantomeno attratto dal cibo biologico. La maglietta di Guevara dice che hai un atteggiamento di sfida nei confronti del mondo, che non comporta un impegno concreto ma presuppone una presa di posizione. C’è di più. In quest’epoca in cui tutti hanno uno smartphone e passano ore sui social network, Guevara rappresenta un paradosso: è il legame con un mondo reale passato, la dimostrazione concreta che due generazioni fa migliaia di uomini e donne, soprattutto giovani, fecero cose reali per esprimere il loro dissenso. Quella generazione forse ha fallito, ma oggi il suo sacrificio ha qualcosa di romantico.

Negli ultimi anni alcuni rappresentanti della nuova generazione, chiamiamola generazione smartphone, si sono posti nuove domande su Guevara. Sono attratti dalla sua figura, ma sono preoccupati da tre cose: vogliono sapere se era omofobo, se era razzista e se è vero che fosse “un assassino”.

Vent’anni fa quasi nessuno mi faceva domande simili, a riprova del fatto che la politica identitaria si è impossessata del dibattito pubblico, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa. Il cambiamento di prospettiva nei confronti della figura di Guevara m’interessa e mi preoccupa, per l’innocenza espressa da queste nuove inquietudini.

Guevara, per quanto fichi fossero il suo basco e la sua barba, era un guerrigliero. Non era un marchio o un attore

Guevara non era razzista né, che io sappia, omofobo. E se lo fosse stato? Il suo atteggiamento verso la sessualità o l’etnia sono gli elementi più importanti per decidere se ammirarlo o disprezzarlo? Cosa dovremmo pensare di Malcolm X? Lo ammiriamo per il suo coraggio contro il razzismo bianco o lo condanniamo per le sue espressioni di odio verso il “diavolo bianco”? Cosa dovremmo dire dell’epoca che precedette il suo impegno, quando era un delinquente e obbligava le donne a prostituirsi?

La preoccupazione più grande espressa dai giovani è quella di “Guevara assassino”. È una domanda che mi è stata fatta molte volte e quindi ho dovuto spiegare che Guevara, per quanto fichi fossero il suo basco e la sua barba, era un guerrigliero. Non era un marchio o un attore che recitava la parte del combattente. Ho spiegato che in quel mondo reale i guerriglieri come lui combattevano davvero e avevano delle armi. Che uccisero, e a volte morirono, per le loro idee. Ho anche spiegato che, secondo me, c’è una differenza tra essere un “assassino” ed essere un guerrigliero. A prescindere da quello che penso io, è vero che Guevara processò e condannò a morte delle persone, sulla Sierra Maestra e all’Avana durante i processi sommari contro i sostenitori di Fulgencio Batista, dopo il trionfo della rivoluzione nel 1959.

Che io sappia, le persone condannate a morte e fucilate sulla Sierra erano assassini, stupratori o traditori. I nemici catturati e uccisi all’Avana facevano parte degli squadroni della morte dei servizi segreti di Batista o erano militari che avevano compiuto atti feroci. Che i giovani lo accettino o meno, la dissonanza cognitiva che alcuni di loro vivono nei confronti di un’icona della cultura pop mi sembra indicativa e dimostra che ogni generazione impone le sue definizioni alle figure storiche.

Cosa dobbiamo pensare di Guevara oggi, in un mondo in cui gli Stati Uniti sono mal governati da un miliardario razzista e incompetente come Donald Trump, l’Unione Sovietica non esiste più, ma c’è Vladimir Putin che è a capo di una Russia ultranazionalista, autoritaria ed estremamente corrotta? La Cina non è più il paese di Mao Zedong e ancora meno quella dei battaglioni di contadini e lavoratori, che Guevara ammirava molto. È un paese che vive un capitalismo sfrenato.

Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda, o almeno la battaglia economica. Ventisei anni dopo il crollo del comunismo, i paesi in cui ci furono guerriglie ispirate da Guevara oggi sono quasi tutti capitalistici. In America Latina le eccezioni sono il Venezuela e Cuba, che ancora ostentano il loro socialismo. In Nicaragua c’è il vecchio sandinista Daniel Ortega, che di rivoluzionario ha molto poco.

Invece di nascondersi sulle montagne dei loro paesi per inseguire un ideale rivoluzionario, oggi le nuove generazioni di poveri ed emarginati latinoamericani emigrano verso nord per fare il lavoro sporco al posto degli statunitensi. Altri entrano nelle gang criminali. La criminalità organizzata e il narcotraffico sono cresciuti fino a dominare interi territori dell’emisfero. Le battaglie si combattono per questioni di denaro e non più per seguire l’ideale di “un mondo migliore”.

In Bolivia, dove fu ucciso Guevara, al governo c’è Evo Morales, che è non solo il primo indigeno eletto presidente in cinquecento anni, in un paese a maggioranza indigena, ma anche un fervente ammiratore del guerrigliero argentino. E nell’anniversario dell’ultima battaglia di Guevara, che per i suoi sostenitori è l’8 ottobre (non il giorno della sua morte, il 9 ottobre), Morales ha dato il via alle celebrazioni per onorare il guerrigliero. Forse in questi cinquant’anni qualcosa è davvero cambiato grazie alla presenza di Ernesto “Che” Guevara in America Latina.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

martedì 26 marzo 2019

La vita è altrove




E’ per lo meno strano e dovrebbe far riflettere tutte le persone di buon senso che l’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, abbia dichiarato di non volere che suo nipote usi i social.
Ormai queste piattaforme fanno parte della vita di miliardi di persone e chi le usa non le abbandonerà certamente perché qualcuno gli dice che sarebbe più felice senza. Dobbiamo rassegnarci che il progresso non sia sempre progresso e che l’autostima sarà sempre più condizionata da uno schermo piuttosto che dagli incontri faccia a faccia.
I millennials ( i nata fra i primi anni ottanta e la fine degli anni novanta) sono oramai compromessi dal poter vivere una vita di relazione reale e non sono chiare quali conseguenze tutto questo avrà sulla società futura ma certamente non saranno migliorative per la relazione diretta di cui gli umani necessitano per la loro socializzazione e crescita.
E non se ne rendono conto, ricordo ancora una conversazione che ebbi qualche tempo fa con un giovane di 20 anni, mi disse che aveva chattato con una “ragazza molto bella” gli chiesi come faceva a essere certo che fosse una ragazza e che fosse anche molto bella e non un camionista di sessanta anni di Trapani. Ricordo la sua espressione quando si rese conto che gli scambi di messaggi sui social permettono alle persone di essere quello che vogliono ma raramente quello che sono. E se questo giovane, abbastanza intelligente ed iscritto alla università, non ci aveva pensato, figuriamoci quale possibilità ha un adolescente di 12 o 13 anni.
Qualche tempo fa un noto giornalista di Times ha scritto che i suoi figli adolescenti erano continuamente alla ricerca di sfondi perfetti per i loro selfie. Consideravano 100 “mi piace” un motivo di estasi e meno di 20 una  umiliazione. Non è una sorpresa  che l’ossessione dei teenager per il proprio aspetto si sia trasferita online, ma adesso il bisogno di approvazione coinvolge un pubblico più vasto e di diverse età.
Gli adolescenti e non si mettono in mostra  e gli altri li applaudono, forse nella speranza di essere applauditi a loro volta. O, cosa ancor più dannosa, si mettono in mostra e gli altri gli invidiano.
Il problema non è risolvibile ma un tentativo si può fare, chiedere a coloro che sono condizionati dai social di scegliere un parente anziano che gli parli delle esperienze di vita per lui più preziose.
Quando ripenserai alla tua vita, scoprirai che quello che conta davvero non è quello che è successo su internet. Per quelli presi dal bisogno frenetico di postare, aggiornare e contare di continuo i “mi piace” sul loro profilo non ci sarebbe terapia migliore, forse.


giovedì 14 febbraio 2019

Stiglitz - Un nuovo patto economico per salvare il pianeta



Ormai una buona parte della società occidentale è insoddisfatta del cosiddetto establishment, soprattutto della classe politica. La protesta dei gilet gialli in Francia, scatenata dalla decisione del presidente Emmanuel Macron d'introdurre un aumento della tassa sul carburante per combattere il cambiamento climatico, è solo l'ultimo esempio. Ci sono buoni motivi per essere scontenti: quarant'anni di promesse da parte dei leader di centrodestra e centrosinistra, basate sulla fede neoliberista nel fatto che la globalizzazione, la finanziarizzazione, la deregolamentazione, la privatizzazione e le riforme avrebbero portato una prosperità senza precedenti, sono state disattese. Mentre una piccola élite ha ottenuto grandi vantaggi, la maggior parte della popolazione è uscita dalla classe media ed è sprofondata nell'insicurezza.

I numeri ci dicono che la Francia se la passa meglio rispetto alla maggior parte dei paesi, ma la percezione conta più dei numeri. Anche in Francia le cose non vanno bene per molte persone. Quando si riducono le tasse per i più ricchi e si aumentano quelle dei cittadini comuni, il tutto per questioni di bilancio (imposte da Bruxelles o da ricchi finanzieri), non c'è da stupirsi se qualcuno si arrabbia. Lo slogan dei gilet gialli esprime bene le loro preoccupazioni: " II governo parla della fine del mondo, noi siamo preoccupati per la fine del mese". C'è una profonda sfiducia nei governi e nei politici.

Oggi chiedere sacrifici in cambio della promessa di una vita migliore non funziona più. Questo vale soprattutto per le politiche trickle down (effetto a cascata) , come i tagli alle tasse per i ricchi, che secondo alcuni dovrebbero portare benefici a tutti. Quando ero alla Banca mondiale, la prima lezione di riforma politica che ho imparato è che la sequenza e il ritmo sono importanti.

La promessa del green new deal (nuovo patto ambientalista) portata avanti dai progressisti negli Stati Uniti rispetta entrambe le caratteristiche e ha l'obiettivo di combattere sia la disuguaglianza sia i cambiamenti climatici. Il new deal verde si basa su tre considerazioni: prima di tutto ci sono risorse inutilizzate o scarsamente utilizzate - a cominciare dal talento umano - che potrebbero essere impiegate in modo più efficace. In secondo luogo, se ci fosse una maggiore richiesta di lavoratori con livello medio o basso di specializzazione, i loro stipendi e standard di vita crescerebbero. Infine un ambiente naturale sano è essenziale per il benessere umano.

Se non affronteremo le sfide del cambiamento climatico imporremo un fardello enorme alla prossima generazione. Sarebbe meglio lasciare un'eredità di debiti, che i nostri figli potrebbero in qualche modo gestire, piuttosto che la minaccia di un disastro ambientale inarrestabile.

Quasi novant'anni fa il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt rispose alla grande depressione con il new deal, un coraggioso pacchetto di riforme. Oggi dobbiamo rimettere al lavoro la gente come fece Roosevelt. All'epoca la soluzione furono gli investimenti per portare l'energia elettrica nelle campagne e la costruzione di strade e dighe. Gli economisti mettono in discussione l'efficacia del new deal. Molti pensano che la spesa fu insufficiente e non abbastanza prolungata da generare la ripresa di cui l'economia aveva bisogno. Ma le riforme di Roosevelt hanno lasciato un'eredità importante. Lo stesso vale per il new deal verde, che potrebbe concentrarsi sui trasporti pubblici e sull'adeguamento dell'economia alle nuove sfide. La riduzione delle emissioni di Co2, se fatta nel modo giusto, favorirebbe l'occupazione, in un contesto in cui l'economia si prepara a un mondo dominato dalle energie rinnovabili. Naturalmente alcuni posti di lavoro andranno persi - a cominciare da quelli dei 53mila minatori negli Stati Uniti - e serviranno programmi per trovare un altro impiego a queste persone. Ma il ritmo e l'ordine sono fondamentali. Sarebbe stato più sensato creare nuovi posti di lavoro prima della scomparsa di quelli vecchi, e garantire che i profitti delle compagnie petrolifere e del carbone fossero tassati prima di chiedere alle persone in difficoltà di fare nuovi sacrifici.

Il new deal verde manda un messaggio positivo a questa generazione e anche alla prossima. Può portare quello di cui le persone in difficoltà hanno più bisogno, cioè i posti di lavoro, mentre in futuro potrà proteggerci dal cambiamento climatico. Dovrà essere ampliato, soprattutto in paesi come gli Stati Uniti, dove molti cittadini non hanno accesso a un'istruzione di qualità, a un'assistenza sanitaria adeguata e a una casa decorosa. Il movimento che sostiene il new deal verde dà un barlume di speranza a una classe dirigente in crisi. I leader mondiali dovrebbero sostenerlo. Abbiamo bisogno di qualcosa di positivo per salvarci dall'ondata di populismo, nazionalismo e protofascismo che si è abbattuta sul mondo.

Joseph Eugene Stiglitz - 2001 premio Nobel per l'Economia.

domenica 10 febbraio 2019

15 marzo 2019 una giornata per il Clima



Clima. In prima linea nella lotta contro il cambiamento climatico ci sono le future generazioni , i giovani di “Fridays for Future”. Ogni venerdì si ritrovano nelle piazza italiane per far sentire la loro voce, seguendo l’esempio della giovane attivista svedese Greta Thunberg. Prossimo obiettivo la marcia globale per il clima in programma il 15 marzo 2019.

Ogni venerdì dallo scorso settembre, Greta Thunberg, quindicenne di Stoccolma, ha scioperato da scuola per piazzarsi davanti al Parlamento svedese e protestare contro la mancanza di azione rispetto al cambiamento climatico che minaccia il pianeta. Questo suo piccolo esempio di disobbedienza civile ha catturato l’attenzione di persone in tutto il mondo. Ora molti stanno aderendo alla sua chiamata di scendere in piazza ogni venerdì, nelle piazze di Roma, Milano, Bologna, Pisa, Torino, Taranto, Venezia, Modena, Palermo e Firenze.

“Anche noi di AlternattivA abbiamo voluto rispondere all’appello di Greta e ci siamo presi l’impegno di creare un appuntamento settimanale, di venerdì a decorrere da venerdì 15 febbraio 2019 e sino a venerdì 15 marzo 2019  . Chiunque ha a cuore la salute del pianeta e crede nel bisogno di cambiare rotta è benvenuto!”, questo l’invito nostro e dei ragazzi di Fridays For Future.

Luca Mercalli, divulgatore scientifico e climatologo, invita tutti gli studenti a partecipare allo sciopero globale per il clima che si terrà il 15 marzo 2019. Aderiranno almeno 40 Paesi, fra cui l’Italia.

Sempre più studenti partecipano ovunque. I gruppi locali si coordinano tra loro, ma non dipendono l’uno dall’altro né da una struttura o un’autorità superiore. È un vero e proprio movimento di base e sta crescendo ogni giorno.

A unirli è il messaggio rivolto ai leader mondiali: “State mettendo in gioco il nostro futuro con la vostra inattività. Quindi colpiremo fino a quando non agirete”. E mentre le élite globali si auto-celebravano a Davos e volavano con jet privati come se le emissioni non esistessero, Greta Thunberg ha trovato ancora una volta le parole giuste: “Il sistema ha fallito ed è molto urgente fare qualcosa al riguardo! Per quanto sgradevole e poco redditizio possa essere, si tratta della nostra esistenza! I nostri giovani sono in cammino e non ci sono limiti al loro desiderio di un futuro migliore, alla loro creatività e alla loro volontà di continuare fino a quando non ci sarà un vero cambiamento. Vogliono cambiare questo sistema ed è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno. Sosteniamoli!”

Segui gli hashtag #FridaysForFuture e #ClimateStrike

Greta Thunberg

sciopero internazionale degli studenti per il clima indetto per il 
15 marzo 2019.



Si chiama Greta Thunberg ed è una ragazza svedese di 15 anni che da tempo ha deciso di impegnarsi in prima linea per difendere il nostro pianeta. La giovane, affetta da sindrome di Asperger, da tempo fa sciopero a scuola ogni venerdì per chiedere al governo svedese e agli altri stati di agire concretamente per arginare i cambiamenti climatici.

Da un articolo per il Guardian di Greta Thunberg,  promotrice dello sciopero internazionale degli studenti per il clima indetto per il 15 marzo 2019.

“Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Molte persone dicono che la Svezia sia solo un piccolo Paese e a loro non importa cosa facciamo. Ma io ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. Se alcuni ragazzi decidono di manifestare dopo la scuola, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente.

Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una crescita senza fine in riferimento alla green economy, perché avete paura di diventare impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino. (…) Ma non mi importa risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e di un pianeta vivibile. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare a fare profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Molti soffrono per garantire a pochi di vivere nel lusso.

Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente un giorno mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. Voi dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa, ma state rubando loro il futuro davanti agli occhi.

Finché non vi fermerete a focalizzare cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza. Non possiamo risolvere una crisi senza trattarla come tale. Noi dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza e se le soluzioni sono impossibili da trovare in questo sistema significa che dobbiamo cambiarlo.
Non siamo venuti qui per pregare i leader a occuparsene. Tanto ci avete ignorato in passato e continuerete a ignorarci. Voi non avete più scuse e noi abbiamo poco tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo. Grazie”.

“Anche noi di AlternattivA abbiamo voluto rispondere all’appello di Greta e ci siamo presi l’impegno di creare un appuntamento settimanale, di venerdì a decorrere da venerdì 15 febbraio 2019 e sino a venerdì 15 marzo 2019  . Chiunque ha a cuore la salute del pianeta e crede nel bisogno di cambiare rotta è benvenuto!”, questo l’invito nostro e dei ragazzi di Fridays For Future. 

VEDI E ASCOLTA IL SUO INTERVENTO  al Cop 24 di Katowice in Polonia sul clima dicembre 2018