martedì 28 aprile 2020

Il falso problema delle post-verità




Evgeny Morozov
è un sociologo e giornalista bielorusso, esperto di nuovi media, interessato allo studio degli effetti dispiegati sulla società, e sulla pratica della politica, dallo sviluppo della tecnologia e, in particolare, dalla crescente diffusione e disponibilità di mezzi di comunicazione telematica

La democrazia sta annegando in un mare di notizie false. Questa è la rassicurante conclusione a cui sono arrivati tutti quelli che nel 2016 hanno perso nelle consultazioni popolari, dalla Brexit alle presidenziali statunitensi al referendum in Italia. Per queste persone il problema non è che il Titanic del capitalismo democratico stia navigando in acque pericolose, ma che ci siano troppe notizie false sulla presenza di iceberg all’orizzonte. Da qui nascono tutte le soluzioni sbagliate: vietare i memi su internet, creare commissioni di esperti per controllare la veridicità delle notizie, multare i social network che diffondono falsità.
La crisi delle notizie false segnerà il collasso della democrazia o è solo la conseguenza di un malessere più profondo e strutturale? E’ evidente che esiste una crisi, ma una democrazia matura dovrebbe chiedersi se al centro di questa crisi ci sono davvero le notizie false o qualcosa di molto diverso. Le nostre élite, purtroppo, non hanno intenzione di farlo. La loro narrazione sulle notizie false è essa stessa falsa. E’ una spiegazione superficiale di un problema strutturale di cui rifiutano di ammettere l’esistenza. Il fatto che l’establishment abbia scelto di concentrarsi sulle notizie false dimostra fino a che punto la sua visione del mondo sia ottusa.
La vera minaccia non è l’emergere della democrazia illiberale, ma la persistenza di una democrazia immatura. Questa immaturità si manifesta in due negazioni: la negazione delle origini economiche dei problemi attuali e la negazione della profonda corruzione delle competenze professionali. Il primo rifiuto emerge chiaramente quando fenomeni come Donald Trump vengono collegati a fattori culturali come il razzismo o l’ignoranza degli elettori. Il secondo consiste nel negare che l’enorme insoddisfazione delle presone nei confronti delle istituzioni nasca dalla piena consapevolezza del modo in cui operano, e non dall’ignoranza.
Il panico sulle notizie false illustra alla perfezione queste due negazioni. Il rifiuto di riconoscere che la crisi delle notizie false ha un’origine economica fa sì che nella vicenda delle presunte influenze di hacker russi sulle lezioni statunitensi il capro espiatoria sia il Cremlino e non l’insostenibile modello economico del capitalismo digitale. Ma nessuna interferenza esterna potrebbe mai produrre notizie virali su questa scala. I movimenti di svitati che vivono sulle notizie false ci sono sempre stati, solo che in passato mancava un’infrastruttura digitale capace di rendere virali le teorie più assurde. Il problema non sono le notizie false, ma la velocità con cui si diffondono. Questo problema esiste perché il capitalismo digitale rende estremamente proficua la produzione e la circolazione di notizie false ma invitanti. Basti pensare a Google e Facebook.
Per inquadrare la crisi delle notizie false in questo modo, però, bisognerebbe superare le due negazioni fondamentali. Ma chi vorrebbe mai riconoscere che negli ultimi trent’anni sono stati i partiti politici e di centrosinistra e centrodestra a sostenere i geni della Silicon Valley, a privatizzare le telecomunicazioni e trascurare le leggi antitrust?
Il secondo tipo di negazione ignora la crisi dell’attuale modello di conoscenza basato sulla specializzazione. Quando i centri studi accettano di buon grado finanziamenti da governi stranieri, le aziende energetiche finanziano ricerche che negano il cambiamento climatico e i commissari europei lasciano il loro posto a Bruxelles per andare a lavorare a Wall Street, non possiamo certo criticare i cittadini che non si fidano degli “esperti”.
Ancora peggio è quando  a parlare di notizie false sono i mezzi di informazione che, pressati dalla crisi, sono i primi a diffonderle. Basta pensare al Washington Posta, no dei pochi giornali che oggi sostiene di essere in attivo. Dopo aver accusato vari siti d’informazione di diffondere la propaganda russa, di recente il Post ha dato la notizia di un attacco informatico russo contro una centrale elettrica statunitense. A quanto pare questo attacco non c’è mai stato, e il giornale non ha nemmeno contattato il gestore della centrale per verificare la notizia. Nell’economia digitale la verità è qualsiasi cosa attiri l’attenzione. Sentire giornalisti lamentarsi senza nemmeno riconoscere le loro colpe non rafforza la fiducia delle persone negli esperti. Non so  se la democrazia stia davvero annegando in un mare di false notizie, ma di sicuro sta affogando nell’ipocrisia dell’élite.
L’unica soluzione è rivedere le basi del capitalismo digitale. Dobbiamo fare in modo che la pubblicità online sia meno centrale nelle nostre vite, nel nostro lavoro e nel nostro modo di comunicare. Allo stesso tempo dobbiamo garantire più potere decisionale ai cittadini invece di affidarci a esperti facilmente corruttibili e ad aziende interessate solo al profitto. Questo significa costruire un mondo in Facebook e Google non abbiano  tutta questa influenza. E’ una missione degna di una democrazia matura. Purtroppo le democrazie attuali, soffocate dalla negazione, preferiscono dare la colpa a tutti meno che a sé stesse.


Articolo uscito su Internazionale del 12 gennaio 2017


venerdì 24 aprile 2020

Arundhati Roy - Il Male oscuro del Capitalismo


Ciò che segue in questo saggio può sembrare ad alcuni una critica feroce. D’altro canto, nella tradizione di onorare i propri avversari, potrebbe essere interpretato come un riconoscimento della visione, flessibilità, sofisticazione e incrollabile determinazione di coloro che hanno dedicato la propria vita a mantenere sicuro il mondo per il capitalismo.
La loro storia affascinante, che è svanita dalla memoria contemporanea, è iniziata negli Stati Uniti agli inizi del ventesimo secolo quando, attrezzata sotto forma di fondazioni finanziate, la filantropia industriale ha cominciato a sostituire l’attività missionaria come via capitalista (e imperialista) all’apertura e alla salvaguardia del mantenimento dei sistemi. Tra le prime fondazioni create negli Stati Uniti ci furono la Carnegie Corporation, finanziata nel 1911 con gli utili della Compagnia Siderurgica Carnegie e la Fondazione Rockefeller, sovvenzionata nel 1914 da J.D.Rockfeller, fondatore della Standard Oil Company. I Tata e gli Ambani dell’epoca.
Alcune delle istituzioni finanziate, dotate del capitale iniziale o sostenute dalla Fondazione Rockfeller sono l’ONU, la CIA, il Consiglio per le Relazioni con l’Estero, il favoloso Museo di Arti Moderne di New York e, naturalmente, il Centro Rockfeller di New York (dove il murale di Diego Riviera dovette essere rimosso dalla parete perché ritraeva maliziosamente i capitalisti dissoluti e un valoroso Lenin. La Libertà di Parola si era presa la sua giornata libera).
J.D.Rockfeller fu il primo miliardario statunitense e l’uomo più ricco del mondo. Era abolizionista, sostenitore di Abraham Lincoln e astemio. Riteneva che il suo denaro gli fosse stato dato da Dio, il che dovette essere una gran bella cosa per lui.
Ecco un estratto da una delle prime poesie di Pablo Neruda, intitolata ‘Standard Oil Company’:
I loro obesi imperatori di New York
sono assassini dal sorriso soave
che comprano seta, nylon, sigari,
piccoli dittatori e tiranni.

Comprano nazioni, popoli, mari, polizia, consigli comunali,
regioni remote dove i poveri ammassano il loro grano
come i taccagni il loro oro:
la Standard Oil li risveglia,
li mette in uniforme, stabilisce
quale fratello è il nemico.
Il paraguaiano combatte la sua guerra
e il boliviano deperisce
nella giungla con il suo mitra.

Un presidente assassinato per una goccia di petrolio,
un’ipoteca su un milione di acri,
un’esecuzione rapida in un mattino di luce mortale, pietrificato,
un nuovo capo di prigionia per i sovversivi,
in Patagonia, un tradimento, spari occasionali
sotto una luna di petrolio,
un astuto cambio di ministri
nella capitale, un sussurro
come una marea di petrolio,
e zap!, vedrete
come le lettere della Standard Oil brilleranno sopra le nuvole,
sopra i mari, a casa vostra,
illuminando i loro domini.

Quando le fondazioni sovvenzionate dall’industria fecero la loro comparsa negli Stati Uniti, ci fu un feroce dibattito riguardo alla loro provenienza, legalità e mancanza di responsabilità. Fu suggerito in quei giorni che se le imprese disponevano di tanto denaro in eccesso avrebbero dovuto aumentare le paghe ai propri dipendenti (la gente proponeva queste idee oscene persino negli Stati Uniti in quei giorni). L’idea di queste fondazioni, così comuni ora, fu in effetti un balzo d’ingegno da parte del mondo degli affari. Entità legali esenti da tassazione con risorse enormi e competenze quasi illimitate – del tutto esenti dall’essere chiamate a rispondere, del tutto non trasparenti – quale modo migliore per far fruttare la ricchezza economica come capitale politico, sociale e culturale, per trasformare il denaro in potere? Quale modo migliore per gli usurai per utilizzare una percentuale minuscola dei loro profitti per dominare il mondo? Come, altrimenti, si troverebbe Bill Gates, che indiscutibilmente sa un paio di cose sui computer, a progettare le politiche dell’istruzione, sanitarie e agricole non solo del governo USA, ma dei governi di tutto il mondo?
Nel corso degli anni, con la constatazione del po’ di bene effettivo che le fondazioni facevano (gestire librerie pubbliche, sradicare malattie), il collegamento tra le imprese e le fondazioni che queste sovvenzionavano ha cominciato a offuscarsi. Alla fine è scomparso del tutto. Ora persino quelli che si considerano di sinistra non si fanno scrupolo di accettarne la munificenza.
Arrivati agli anni ’20 il capitalismo statunitense cominciò a guardare all’estero, per materie prime e mercati oltremare. Le fondazioni cominciarono a formulare l’idea del governo mondiale delle imprese. Nel 1924 le fondazioni Rockfeller e Carnegie crearono insieme quello che oggi è il più potente gruppo di pressione del mondo in politica estera, il Consiglio per le Relazioni con l’Estero (CFR) che successivamente arrivò ad essere finanziato anche dalla Fondazione Ford. Nel 1947 la CIA, appena creata, era sostenuta dal CFR è collaborava strettamente con esso. Nel corso degli anni tra gli iscritti al CFR ci sono stati 22 segretari di stato USA. Ci sono stati cinque membri del CFR nel comitato direttivo del 1943 che ha pianificato l’ONU e una donazione di 8,5 milioni di dollari da parte di J.D.Rockfeller acquistò il terreno su cui si trova il quartier generale dell’ONU a New York.
Tutti gli undici presidenti della Banca Mondiale dal 1946 – uomini che si presentavano come missionari dei poveri – sono stati membri del CFR. (L’eccezione è stato George Woods. Ed era un fiduciario della Fondazione Rockfeller e vicepresidente della Chase Manhattan Bank.)
A Bretton Woods la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale (FMI) decisero che il dollaro doveva essere la moneta di riserva del mondo e che al fine di promuovere la penetrazione del capitale globale sarebbe stato necessarie rendere universali le prassi e gli standard in un mercato aperto. E’ a questo fine che hanno speso una grande quantità di denaro per promuovere il Buon Governo (fintanto che sono loro a tirare le redini), il concetto di Stato di Diritto (a condizione di aver voce in capitolo nella formulazione delle leggi) e centinaia di programmi anticorruzione (al fine di snellire il sistema da esse posto in essere). Due delle organizzazioni più opache e non chiamate a rispondere del mondo se ne vanno in giro ad esigere trasparenza e responsabilità dai governi dei paesi più poveri.
Considerato che la Banca Mondiale ha più o meno diretto le politiche economiche del Terzo Mondo, coartando paese dopo paese e spalancandone a forza i mercati alla finanza globale, si deve ammettere che la filantropia industriale si è rivelata essere l’affare più visionario di tutti i tempi.
Le fondazioni sovvenzionate dall’industria amministrano, contrattano o canalizzano il proprio potere e piazzano i propri pezzi sulla scacchiera attraverso un sistema di club e di gruppi di esperti d’élite, i cui membri si sovrappongono ed entrano ed escono attraverso porte girevoli.
Contrariamente alla varie teorie del complotto in circolazione, particolarmente tra i gruppi di sinistra, non c’è nulla di segreto, satanico o di tipo fra massonico in questa organizzazione. Non è diversa dal modo in cui le imprese utilizzano scatole vuote e conti all’estero per amministrare i propri quattrini, con l’eccezione che la moneta qui è il potere, non il denaro.
L’equivalente transnazionale del CFR è la Commissione Trilaterale, creata nel 1973 da David Rockefeller, dall’ex Consigliere della Sicurezza Nazionale USA Zbigniew Brzesinski (membro fondatore dei Mujahideen afgani, precursori dei talebani), dalla Chase Manhattan Bank e da alcune altre eminenze private. Il suo scopo era di creare un legame duraturo di amicizia e cooperazione tra le élite del Nord America, dell’Europa e del Giappone. Ora è diventata una commissione penta laterale, perché comprende membri dalla Cina e dall’India (Tarun Das del CII; N.R. Narayanamurthy, ex CEO dell’Infosys; Jamsheyd N. Godrey, amministratore delegato della Godrej; Jamshed J. Irani, direttore della Tata Sons; Gautam Thapar, CEO dell’Avantha Group).
L’Istituto Aspen è un club internazionale di élite, uomini d’affari, burocrati, e politici locali con affiliati in molti paesi. Tarun Das è presidente dell’Istituto Aspen in India. Gautam Thapar ne è presidente. Numerosi alti dirigenti dell’Istituto Globale McKinsey (che ha proposto il Corridoio Industriale Delhi Mumbai) sono membri del CFR, della Commissione Trilaterale e dell’Istituto Aspen.
La Fondazione Ford (controparte liberale della più conservatrice Fondazione Rockefeller, anche se le due collaborano costantemente) fu creata nel 1936. Anche se è spesso sminuita la Fondazione Ford ha un’ideologia molto chiara, ben definita e lavora a contatto estremamente stretto con il Dipartimento di Stato USA. Il suo progetto di accrescere la democrazie e il “buon governo” rientra in larga misura nel piano di Bretton Woods di standardizzare la prassi affaristica e di promuovere l’efficienza del libero mercato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando i comunisti sostituirono i fascisti come nemico numero uno del governo USA, furono necessarie nuove istituzioni per gestire la Guerra Fredda. La Ford fondò la RAND (Research and Development Corporation), un gruppo di esperti militari che iniziò con ricerche sugli armamenti per i servizi della difesa statunitensi. Nel 1952, per ostacolare “il persistente sforzo comunista di penetrare e distruggere le nazioni libere”, creò il Fondo per la Repubblica, che poi si trasformò nel Centro Studi sulle Istituzioni Democratiche il cui compiti consisteva nello scatenare intelligentemente la guerra fredda senza gli eccessi alla McCarthy. E’ attraverso queste lenti che dobbiamo vedere il lavoro che la Fondazione Ford sta facendo, con i milioni di dollari investiti in India, il suo finanziamento di artisti, registi e attivisti, le sue generose sovvenzioni di corsi universitari e di borse di studio.
Gli “obiettivi per il futuro dell’umanità” dichiarati dalla Fondazione Ford comprendono interventi in movimenti politici di base localmente e internazionalmente. Negli Stati Uniti fornisce milioni in finanziamenti e prestiti per sostenere il Movimento del Credito Cooperativo che fu introdotto dal proprietario di un grande magazzino, Edward Filene, nel 1919. Filene credeva nella creazione una società di consumo di massa di beni al dettaglio rendendo accessibile il credito ai lavoratori: un’idea radicale all’epoca. In realtà un’idea solo a metà radicale, perché l’altra metà di ciò in cui Filene credeva era una più equa distribuzione del reddito nazionale. I capitalisti si impadronirono della prima metà del suggerimento di Filene ed elargendo prestiti “accessibili” per decine di milioni di dollari ai lavoratori, trasformarono la classe lavoratrice statunitense in persone perennemente indebitate, affannate per essere all’altezza dei propri livelli di vita.
Molti anni dopo questa idea è scesa sulle campagne impoverite del Bangladesh, quando Mohammed Yunus e la Grameen Bank hanno portato il microcredito, con conseguenze disastrose, ai contadini indigenti. Le società di microfinanza in India sono responsabili di centinaia di suicidi: 200 nell’Andhra Pradesh nel solo 2010. Un quotidiano nazionale ha recentemente pubblicato una nota sul suicidio di una diciottenne che è stata costretta a consegnare le sue ultime 150 rupie, le sue tasse scolastiche, a impiegati prepotenti della società di microfinanza. La nota diceva: “Lavorate duro e guadagnate denaro. Non fatevi fare prestiti.”
C’è da fare un mucchio di soldi con la povertà, e anche da vincere qualche Premio Nobel. Negli anni ’50 le fondazioni Rockefeller e Ford, finanziando numerose ONG e istituzioni internazionali di istruzione, cominciarono a operare quasi da prolungamenti del governo USA che all’epoca stava rovesciando governi democraticamente eletti in America Latina, Iran e Indonesia.
(Fu quella anche circa l’epoca in cui fecero il loro ingresso in India, allora non allineata, ma chiaramente in direzione di un attacco all’Unione Sovietica). La Fondazione Ford creò un corso di economia in stile statunitense presso l’Università dell’Indonesia. Studenti dell’élite indonesiana, addestrati alla contro-insurrezione da ufficiali dell’esercito USA, svolsero un ruolo cruciale nel colpo di stato del 1965 appoggiato dalla CIA che mise al potere il generale Suharto. Il generale Suharto ripagò i suoi mentori massacrando centinaia di migliaia di ribelli comunisti.
Otto anni più tardi, giovani studenti cileni, che divennero noti come i Chicago Boys, furono portati negli USA per essere istruiti sull’economia neoliberale di Milton Friedman all’Università di Chicago (sovvenzionata da J.D.Rockefeller), in preparazione per il colpo di stato del 1973 appoggiato dalla CIA che uccise Salvador Allende e introdusse il generale Pinochet e il regno delle squadre della morte, delle sparizioni e del terrore che durò per diciassette anni. (Il delitto di Allende fu di essere un socialista eletto democraticamente e di aver nazionalizzato le miniere cilene).
Nel 1957 la Fondazione Rockefeller creò il premio Ramo Magsaysay per i leader comunitari in Asia. Fu intitolato a Ramon Magsaysay, presidente delle Filippine, un alleato fondamentale nella campagna USA contro il comunismo nell’Asia Sud-orientale. Nel 2000 la Fondazione Ford creò il premio Ramon Magsaysay per la Leadership Emergente. Il premio Magsaysay è considerato prestigioso dagli artisti, attivisti e operatori di comunità in India. Lo hanno vinto M.S. Subbulakshmi e Satyajit Ray, nonché Jayaprakash Narayan e uno dei migliori giornalisti indiani, P. Sainath. Ma essi hanno fatto per il premio Magsaysay più di quanto esso abbia fatto per loro. In generale, è diventato un arbitro garbato di quale tipo di attivismo è “accettabile” e quale no.
E’ interessante notare che il movimento anti-corruzione di Anna Hazare, l’estate scorsa, ha avuto alla testa tre vincitori del premio Magsaysay: Anna Hazare, Arvind Kejriwal e Kiran Bedi. Una delle molte ONG di Arvind Kejriwal è generosamente finanziata dalla Fondazione Ford. La ONG di Kiran Bedi è finanziata dalla Coca Cola e dalla Lehman Brothers.
Anche se Anna Hazare si autodefinisce un seguace di Gandhi, la legge che ha sollecitato – la legge Jan Lokpal – è stata antigandhiana, elitaria e pericolosa. Una campagna mediatica a tutto campo delle imprese lo ha proclamato voce del “popolo”. Diversamente dal movimento Occupy Wall Street negli Stati Uniti, il movimento di Hazare non spiccica verbo contro la privatizzazione, il potere delle imprese o le “riforme” economiche. Al contrario, i suoi principali sostenitori nei media sono riusciti ad allontanare i riflettori dai grandi scandali di corruzione delle imprese (che hanno coinvolto anche giornalisti di elevato profilo) e hanno utilizzato il maglio dei politici per richiedere una ulteriore riduzione dei poteri discrezionali del governo, più riforme, più privatizzazione. (Nel 2008 Anna Hazare ha ricevuto un premio della Banca Mondiale per servizi pubblici eccezionali). La Banca Mondiale ha diffuso una dichiarazione da Washington afferma che il movimento “combaciava” con la sua politica.
Come tutti i buoni imperialisti, i filantropoidi si propongono il compito di creare e addestrare organici internazionali che credano che il capitalismo e, per estensione, l’egemonia degli Stati Uniti, siano nel loro interesse. E che pertanto aiutino ad amministrare il Governo Globale delle Imprese nei modi in cui le élite native hanno sempre servito il colonialismo. Così è iniziata la scorreria delle fondazioni nell’istruzione e nelle arti, che diventano la loro terza sfera d’influenza, dopo la politica economica interna ed estera. Hanno speso (e continuano a spendere) milioni di dollari in istituzioni accademiche e in pedagogia.
Joan Roelofs nel suo splendido libro ‘Foundations and Public Policy: The Mask of Pluralism’ [Le fondazioni e la politica pubblica: la maschera del pluralismo] descrive come le fondazioni hanno rimodellato le vecchie idee su come insegnare le scienze politiche e hanno creato le discipline degli studi “internazionali” e di quelli “di area”. Ciò ha fornito ai servizi d’informazione e ai servizi di sicurezza USA una riserva di competenze in lingue e culture straniere da cui reclutare. La CIA e il dipartimento di stato USA continuano a collaborare con studenti e professori nelle università statunitensi, sollevando seri interrogativi sull’etica della cultura.
La raccolta di informazioni per controllare il popolo che governa è fondamentale per ogni potere dominante. Con il diffondersi in tutta l’India della resistenza all’acquisizione delle terre e alle politiche economiche, all’ombra della pura e semplice guerra nell’India Centrale, come tecnica di contenimento il governo si è imbarcato in vasto programma biometrico, forse uno dei progetti di raccolta di informazioni più ambizioso e costoso del mondo: il Numero Unico di Identificazione (UID). Le persone non hanno acqua potabile pulita, o servizi igienici, o cibo, o denaro, ma avranno le loro carte elettorali e i loro numeri UID. E’ una coincidenza che il progetto UID, gestito da Nandan Nilekani, ex CEO di Infosys, ufficialmente mirato a “garantire servizi ai poveri”, pomperà enormi quantità di denaro in un’industria informatica piuttosto sotto assedio? (Una stima prudente dello stanziamento per l’UID supera la spesa governativa annuale indiana per l’istruzione).
“Digitalizzare” un paese con una popolazione così vasta in larga misura illegittima o “illeggibile” – persone che per la maggior parte vivono nei ghetti, ambulanti, popolazioni tribali [adivasi] senza titoli di proprietà – la criminalizzerà, trasformando gli illegittimi in illegali. L’idea è di ricavare una versione digitale dell’Appropriazione dei Beni Comuni [Enclosure of the Commons] e di mettere enormi poteri nelle mani di una polizia statale che si sta facendo sempre più dura. L’ossessione tecnocratica di Nilekani per la raccolta di dati è coerente con l’ossessione di Bill Gates per gli archivi di dati, “obiettivi numerici”, “schede dei punteggi del progresso”. Come se fosse la mancanza di informazioni la causa della fame nel mondo, e non il colonialismo, l’indebitamento e una distorta politica imprenditoriale orientata al profitto.
Le fondazioni sovvenzionate dalle imprese sono i maggiori finanziatori delle scienze sociali e delle arti, sovvenzionando corsi e borse di studio per gli studenti di “studi dello sviluppo”, “studi delle comunità”, “studi culturali”, “scienze comportamentali” e “diritti umani”. Quando le università statunitensi hanno aperto le porte agli studenti internazionali, centinaia di migliaia di studenti, figli delle élite del Terzo Mondo, vi sono affluite. A quelli che non potevano permettersi le tasse sono state concesse borse di studio. Oggi in paesi come l’India e il Pakistan non c’è quasi famiglia dell’alta classe media che non abbia un figlio che abbia studiato negli Stati Uniti. Dalle loro fila sono venuti buoni studiosi e accademici, ma anche primi ministri, ministri delle finanze, economisti, avvocati delle imprese, banchieri e burocrati che hanno contribuito ad aprire le economie dei propri paesi alle imprese globali.
Gli studiosi delle versioni gradite alle fondazioni dell’economia e delle scienze politiche sono stati ricompensati con posti nel corpo docente, fondi per la ricerca, finanziamenti, donazioni e posti di lavoro. Quelli con posizioni non favorevoli alle fondazioni si sono ritrovati privi di fondi, emarginati e ghettizzati, con i loro corsi interrotti. Gradualmente ha cominciato a dominare il dibattito un immaginario particolare: una fragile, superficiale pretesa di tolleranza e multiculturalismo (che si muta, con brevissimo preavviso, in razzismo, fanatico nazionalismo, sciovinismo etnico o in islamofobia bellicista) sotto il cappello di un’unica ideologia economica omnicomprensiva e assolutamente non plurale. La cosa si è attuata in misura tale che ha cessato del tutto di essere percepita come un’ideologia. E’ divenuta la posizione predefinita, il modo naturale di essere. Ha infiltrato la normalità, colonizzato l’ordinarietà, e contrastarla comincia a sembrare tanto assurdo e strambo quanto mettere in discussione la realtà stessa. Da qui il passo a “Non c’è alternativa” è stato facile e rapido.
E’ solo ora, grazie al Movimento Occupy, che è comparsa una diversa lingua nelle strade e nei campus degli Stati Uniti. Vedere studenti con striscioni che dicono “Guerra di Classe” oppure “Non ci interessa che siate ricchi, ma ci interessa che compriate il nostro governo”, considerate le probabilità, è di per sé una rivoluzione.
Un secolo dopo che ha avuto inizio la filantropia delle imprese fa parte delle nostre vite tanto quanto la Coca Cola. Ci sono ora milioni di organizzazioni non a fini di lucro, molte delle quali collegate attraverso un bizantino labirinto finanziario alle fondazioni più grandi. Tra queste ultime, il settore “indipendente” ha un patrimonio di quasi 450 miliardi di dollari. La fondazione più grande è la Fondazione Bill Gates con 21 miliardi di dollari, seguita dal Fondo Lilly (16 miliardi di dollari) e dalla Fondazione Ford (15 miliardi di dollari).
Quando il FMI ha messo in atto l’Aggiustamento Strutturale, una imposizione ai governi di tagliare la spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e lo sviluppo, le ONG hanno fatto il loro ingresso. La Privatizzazione di Tutto ha anche significato ONG Dappertutto. Con la scomparsa dei posti di lavoro e delle fonti di sussistenza, le ONG sono diventate una fonte importante di occupazione, anche per quelli che le vedono per quello che sono. E certamente non sono tutte cattive. Tra i milioni di ONG alcune fanno un lavoro notevole, radicale, e sarebbe una parodia incatramare tutte le ONG con lo stesso pennello. Tuttavia le ONG delle imprese o sovvenzionate dalle Fondazioni sono la via della finanza globale all’investimento nei movimenti di resistenza, letteralmente allo stesso modo in cui gli azionisti acquistano azioni delle società e poi cercano di assumerne il controllo dall’interno. Si posizionano come nodi del sistema nervoso centrale, i percorsi attraverso cui fluisce la finanza globale. Operano da trasmettitori, ricevitori, ammortizzatori, attente a non infastidire mai i governi dei paesi ospitanti. (La Fondazione Ford richiede alle organizzazioni che finanzia di firmare un impegno al riguardo). Inavvertitamente (e a volte di proposito) servono da postazioni d’ascolto, con le loro relazioni, i loro seminari e le altre attività missionarie che alimentano dati in un sistema sempre più aggressivo di sorveglianza da parte di stati sempre più induriti. Quanto più un’area è inquieta, tanto maggiore il numero di ONG in essa.
In modo malizioso, quando il governo o segmenti della Stampa delle Imprese vogliono condurre una campagna di denigrazione con un movimento popolare genuino, come il Narmada Bachao Andolan o la protesta con il reattore nucleare di Koodankulam, lo accusano di essere una ONG che riceve “finanziamenti dall’estero”. Sanno benissimo che il mandato della maggior parte delle ONG, in particolare di quelle ben finanziate, consiste nel promuovere il progetto della globalizzazione delle imprese, non di contrastarlo.
Armate dei loro miliardi, queste ONG si sono scagliate nel mondo, trasformando potenziali rivoluzionari in attivisti salariati, finanziando artisti, intellettuali e registi, allettandoli gentilmente via dallo scontro radicale, accompagnandoli nella direzione del multiculturalismo, del genere, dello sviluppo della comunità, con il dibattito espresso nel linguaggio della politica identitaria e dei diritti umani.
La trasformazione dell’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani è stata un golpe concettuale in cui le ONG e le fondazioni hanno svolto un ruolo cruciale. La forte focalizzazione sui diritti umani consente un’analisi basata sulle atrocità in cui il quadro più vasto più essere escluso ed entrambe le parti in conflitto – ad esempio i maoisti e il governo indiano oppure l’esercito israeliano ed Hamas – possono essere ammonite entrambe come Violatrici dei Diritti Umani. Il sequestro della terra ad opera delle compagnie minerarie o la storia dell’annessione della terra palestinese da parte dello Stato d’Israele diventano poi note a piè di pagine con scarso rilievo nel dibattito. Con questo non si vuole suggerire che i diritti umani non contino. Contano, ma non sono un prisma sufficientemente buono attraverso il quale vedere o remotamente comprendere le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo.
Un altro golpe concettuale ha a che fare con il coinvolgimento delle fondazioni nel movimento femminista. Perché la maggior parte delle organizzazioni “ufficiali” femministe e delle donne in India mantengono un distanza di sicurezza tra esse e organizzazioni come, ad esempio, la Krantikari Adivasi Mahila Sangathan (Associazione Rivoluzionaria delle Donne Adivasi) che conta 90.000 membri in lotta contro il patriarcato nelle proprie comunità e contro l’espulsione nella foresta Dandakaranya ad opera delle compagnie minerarie? Com’è che l’espropriazione e la cacciata di milioni di donne dalla terra che possedevano e che lavoravano non è considerata un problema femminista?
La separazione del movimento femminista liberale dai movimenti popolari di base anti-imperialisti e anti-capitalisti non è iniziata con i maligni progetti delle fondazioni. E’ cominciata con l’incapacità di tali movimenti di adattarsi e di accogliere la rapida radicalizzazione delle donne che ebbe luogo negli anni ’60 e ’70. Le fondazioni hanno dimostrato del genio nel capire e nel muoversi a sostegno e nel finanziare la crescente impazienza delle donne nei confronti della violenza e del patriarcato nelle loro società tradizionali e addirittura tra i leader presunti progressisti dei movimenti di sinistra. In un paese come l’India, la scissione si è anche accompagnata alla divisione campagna-città. La maggior parte dei movimenti radicali anticapitalisti era localizzata nelle campagne dove, per la maggior parte, il patriarcato continuava a governare la vita della maggior parte delle donne. Le attiviste urbane che aderivano a tali movimenti (come il movimento Naxalita) erano state influenzate e ispirate dal movimento femminista occidentale e il loro cammino verso la liberazione era spesso in conflitto con quello che i loro leader maschi consideravano il loro dovere: trovare il loro posto tra “le masse”. Molte donne attiviste non erano disponibili ad attendere ancora la “rivoluzione” per porre fine all’oppressione e alla discriminazione quotidiane nelle loro vite, comprese quelle dei loro stessi compagni. Volevano che l’uguaglianza di genere fosse parte assoluta, urgente e non negoziabile del processo rivoluzionario e non soltanto una promessa per dopo la rivoluzione. Donne intelligenti, arrabbiate e disilluse hanno cominciato ad allontanarsi e a cercare altri mezzi di supporto e di sostentamento. In conseguenza, alla fine degli anni ’80, circa all’epoca in cui i mercati indiani si sono aperti, il movimento femminista liberale in un paese come l’India si è fatto estremamente ONG-izzato. Molte di queste ONG hanno fatto un lavoro determinante sui diritti degli omosessuali, sulla violenza domestica, sull’AIDS e i diritti delle lavoratrici del sesso. Ma, significativamente, i movimenti femministi liberali non sono stati in prima linea nel contrastare le nuove politiche economiche, nonostante il fatto che le donne fossero quelle che ne soffrivano di più. Manipolando l’erogazione dei fondi, le fondazioni sono riuscite in larga misura a circoscrivere la gamma di ciò che deve essere l’attività “politica”. I compiti istituzionali delle ONG ora prescrivono ciò che conta come “tema” femminile e ciò che non conta.
La trasformazione del movimento delle donne in ONG ha anche reso il femminismo liberale occidentale (in virtù del fatto di essere il marchio più finanziato) il detentore dello standard di ciò che costituisce il femminismo. La battaglie, al solito, si sono manifestate sul corpo delle donne, facendo spuntare il Botox su un versante e i burqa sull’altro. (E ci sono quelle che subiscono la doppia sberla, Botox e Burqa). Quando, come è accaduto recentemente in Francia, viene fatto un tentativo di costringere le donne ad abbandonare il burqa invece di creare una situazione in cui una donna possa fare ciò che desidera, non è liberarla bensì spogliarla. Diventa un atto di umiliazione e di imperialismo culturale. Non si tratta di burqa. Non si tratta di coercizione. Costringere una donna ad abbandonare il burqa è male quanto costringerla a indossarlo. Considerare il genere in questo modo, privato del contesto sociale, politico ed economico, lo rende un problema di identità, una battaglia di accessori e abbigliamento. E’ ciò che ha consentito al governo USA di utilizzare i gruppi femministi occidentali come copertura morale quando ha invaso l’Afghanistan nel 2001. Le donne afgane erano (e sono) in una situazione terribile sotto i talebani. Ma sganciare bombe su di loro non avrebbe risolto i loro problemi.
Nell’universo ONG, che ha sviluppato uno strano linguaggio anodino proprio, tutto è diventato un “soggetto”, un tema d’interesse speciale separato, professionalizzato. Lo sviluppo della comunità, lo sviluppo della leadership, i diritti umani, la sanità, l’istruzione, i diritti riproduttivi, l’AIDS, gli organi con AIDS, tutti sono stati ermeticamente sigillati nei loro propri silos con il loro proprio elaborato e preciso modulo di finanziamento. Il finanziamento ha frammentato la solidarietà in modi che non sarebbero stati possibili alla repressione. Anche la povertà, come il femminismo, è spesso inquadrata come problema identitario. Come se i poveri non fossero stati creati dall’ingiustizia ma fossero una tribù perduta che semplicemente capita esista ancora e possa essere recuperata nel breve termine da un sistema di rimedio dei reclami (amministrato dalle ONG su basi individuali, persona per persona) e la cui resurrezione a lungo termine deriverà dal Buon Governo. Nel regime del Capitalismo Globale delle Imprese la cosa va da sé.
La povertà indiana, dopo un breve periodo nella giungla mentre l’India “brillava”, ha fatto ritorno come identità esotica nelle Arti, guidata da film come The Millionaire. Queste storie riguardanti i poveri, il loro spirito e la loro resistenza straordinari, non hanno cattivi, eccetto quelli minori che garantiscono tensione narrativa e colore locale. Gli autori di queste opere sono gli equivalenti contemporanei mondiali dei primi antropologi, lodati e onorati per il loro lavoro “sul terreno”, per i loro coraggiosi viaggi nell’ignoto. E’ raro vedere i ricchi esaminati allo stesso modo.
Avendo risolto il problema di come gestire i governi, i partiti politici, le elezioni, i tribunali, l’opinione mediatica e liberale, restava ancora un’altra sfida per la dirigenza neoliberale: come gestire il crescente scontento, la minaccia del “potere del popolo”. Come lo si addomestica? Come si trasformano in animali domestici i dimostranti? Come si svuota la furia popolare e la si reindirizza in vicoli ciechi?
Anche qui le fondazioni e le organizzazioni loro alleate hanno un storia lunga e illustre. Un esempio rivelatore è il loro ruolo nel disinnescare e de radicalizzare il movimento per i Diritti Civili dei Neri negli Stati Uniti negli anni ’60 e la riuscita trasformazione del Potere Nero nel Capitalismo Nero.
La Fondazione Rockefeller, attenendosi agli ideali di J.D.Rockefeller, aveva collaborato strettamente con Martin Luther King senior (il padre di Martin Luther King jr). Ma la sua influenza svanì con l’ascesa di organizzazioni più militanti, il Comitato di Coordinamento Nonviolento degli Studenti e le Pantere Nere. Le Fondazioni Ford e Rockefeller entrarono in gioco. Nel 1970 donarono 15 milioni di dollari alle organizzazioni nere “moderate”, dando finanziamenti, cattedre, borse di studio, programmi di formazione per gli emarginati e denaro fondare aziende di proprietà di neri. La repressione, la conflittualità interna e lo specchietto per le allodole dei finanziamenti portarono alla graduale atrofizzazione delle organizzazioni radicali nere.
Martin Luther King Jr operò il collegamento vietato tra Capitalismo, Imperialismo, Razzismo e Guerra del Vietnam. In conseguenza, dopo che fu assassinato, persino il suo ricordo divenne una minaccia tossica all’ordine pubblico. Le Fondazioni e le Imprese lavorarono duro per rimodellare il suo legato in modo che si adattasse a una forza favorevole al mercato. Il Centro Martin Luther King Jr per il Cambiamento Sociale Nonviolento, con una sovvenzione operativa di 2 milioni di dollari fu costituito, tra gli altri, da Ford Motor Company, General Motors, Mobil, Western Electric, Procter & Gamble, US Steel e Monsanto. Il Centro amministra la Libreria King e gli Archivi del Movimento per i Diritti Civili. Tra i molti programmi che il Centro King gestisce ci sono stati progetti che “collaborano strettamente con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il Consiglio dei Cappellani delle Forze Armate e altri”. Ha co-patrocinato la Serie di Conferenze Martin Luther King Jr intitolata “Il sistema delle libere imprese: un agente per il cambiamento sociale nonviolento.” Amen.
Un golpe simile fu attuato nella lotta anti-apartheid in Sudafrica. Nel 1978 la Fondazione Rockefeller organizzò una Commissione di Studio sulla Politica USA nei confronti del Sudafrica. Il rapporto ammoniva contro la crescente influenza dell’Unione Sovietica sul Congresso Nazionale Africano (ANC) e affermava che gli interessi strategici USA e delle imprese (ovvero l’accesso ai minerali sudafricani) sarebbero stati serviti meglio se ci fossero state genuine condivisioni di potere politico tra tutte le razze.
Le fondazioni cominciarono a sostenere l’ANC. L’ANC attaccò presto le organizzazioni più radicali, come il movimento per la Consapevolezza Nera di Steve Biko e più o meno le eliminò. Quando Nelson Mandela venne eletto primo presidente nero del Sudafrica, fu canonizzato come un santo vivente, non solo perché era un combattente delle libertà che aveva passato 27 anni in prigione, ma anche perché si era affidato completamente al Consensus di Washington. Il socialismo scomparve dal programma dell’ANC. La grande “transizione pacifica” del Sudafrica, così lodata, non si è tradotta in riforme agrarie, non ci sono state richieste di riparazioni, nessuna nazionalizzazione delle miniere sudafricane. Invece ci sono state privatizzazioni e Aggiustamento Strutturale. Mandela ha concesso la più alta onorificenza civile del Sudafrica – l’Ordine della Buona Speranza – al suo vecchio sostenitore e amico generale Suharto, l’assassino dei comunisti in Indonesia. Oggi in Sudafrica una covata di ex radicali e sindacalista alla guida di Mercedes governa il paese. Ma ciò è più che sufficiente per perpetuare l’illusione della Liberazione Nera.
L’ascesa del Potere Nero degli Stati Uniti fu un momento d’ispirazione per l’ascesa del movimento radicale progressista dei Dalit in India, con organizzazioni come le Pantere Dalit che rispecchiavano le politiche militanti delle Pantere Nere. Ma anche il Potere Dalit, non esattamente allo stesso modo ma similmente, è stato frammentato e disinnescato e, con un mucchio di aiuto dalle organizzazioni hindu di destra e dalla Fondazione Ford, è avanti sulla strada per trasformarsi nel Capitalismo Dalit.
‘Dalit S.p.A. pronta a dimostrare che gli affari possono battere la casta’, ha scritto l’Indian Express a dicembre dell’anno scorso. Ha proseguito citando un mentore della Camera di Commercio e Industria Indiana del Dalit (DICCI). “La presenza del primo ministro a una riunione Dalit non è difficile da ottenere nella nostra società. Ma per gli imprenditori Dalit è un’aspirazione farsi fotografare con Tata e Godrej a un pranzo o a un tè, una prova che sono arrivati”, ha affermato. Data la situazione dell’India moderna sarebbe castale e reazionario affermare che gli imprenditori Dalit non dovrebbero avere un posto a una tavola elevata. Ma se questa fosse l’unica aspirazione, il quadro ideologico della politica Dalit, sarebbe un gran peccato. E avrebbe poche probabilità di aiutare il milione di Dalit che ancora si guadagnano da vivere rovistando manualmente tra i rifiuti, trattati umanamente da inferiori.
Gli studiosi Dalit che accettano sovvenzioni dalla Fondazione Ford non devono essere giudicati troppo severamente. Chi altro offre loro una possibilità di uscire dalla fogna del sistema castale indiano? La vergogna e gran parte della colpa di questa svolta degli eventi va anche al movimento comunista indiano i cui leader continuare ad appartenere prevalentemente alla casta superiore. Per anni ha cercato di adattare a forza l’idea della casta nell’analisi marxista delle classi. Ha fallito miseramente, così nella teoria come nella pratica. La spaccatura tra la comunità Dalit e la sinistra è iniziata con un alterco tra il visionario leader Dalit, Dr Bhimrao Ambedkar, e S.A. Dange, sindacalista e membro fondatore del Partito Comunista Indiano. La delusione di Ambedkar nei confronti del Partito Comunista cominciò con lo sciopero dei lavoratori del tessile a Mumbai nel 1928, quando si rese conto che, nonostante tutta la retorica sulla solidarietà della classe operaia, il partito non riteneva deplorevole che gli “intoccabili” fossero esclusi dal reparto della tessitura (e fossero qualificati soltanto per il reparto filatura, a paga più bassa) perché il lavoro comportava l’uso di saliva sui fili, cosa che altre caste consideravano “contaminante”.
Ambedkar si rese conto che in una società dove le scritture hindu istituzionalizzano l’intoccabilità e la disuguaglianza, la battaglia per gli “intoccabili”, per i diritti sociali e civili, era troppo urgente per attendere la promessa rivoluzione comunista. La frattura tra i seguaci di Ambedkar e la sinistra ebbe luogo a grave prezzo per entrambe le parti. Ha significato che la gran maggioranza della popolazione Dalit, la spina dorsale della classe lavoratrice indiana, ha appuntato le sue speranze di liberazione e di dignità al costituzionalismo, al capitalismo ed a partiti politici come il BSP, che pratica un importante, ma stagnante a lungo termine, tipo di politica identitaria.
Negli Stati Uniti, come abbiamo visto, le fondazioni sovvenzionate dalle imprese hanno prodotto la cultura delle ONG. In India la filantropia imprenditoriale mirata ha avuto inizio negli anni ’90, l’era delle Nuove Politiche Economiche. L’adesione alla Camera Stellata non costa poco. Il Gruppo Tata ha donato 50 milioni di dollari a quell’istituzione bisognosa, la Harvard Business School, e altri 50 milioni di dollari alla Cornell University. Nandan Nilekani, di Infosys, e sua moglie Rohini hanno donato 5 milioni di dollari come dotazione iniziale per l’Iniziativa India a Yale. Il Centro delle Discipline Umanistiche di Harvard è ora il Centro delle Discipline Umanistiche Mahindra, dopo aver ricevuto la donazione maggiore tra tutte di 10 milioni di dollari da Anand Mahindra del Gruppo Mahindra.
In patria, il Gruppo Jindal, con i principali interessi nelle miniere, nei metalli e nell’energia, gestisce la Scuola di Legge Globale Jindal e presto aprirà la Scuola Jindal di Governo e Politica Pubblica.
(La Fondazione Ford gestisce una scuola di legge in Congo). La Fondazione Nuova India, fondata da Nandan Nilekani, finanziata dai profitti della Infosys, concede premi e borse di studio a studiosi di scienze sociali. La Fondazione Sitaram Jindal, sovvenzionata dalla Jindal Aluminium, ha annunciato cinque premi in denaro di 50 milioni di rupie ciascuno da assegnarsi a chi lavora allo sviluppo agricolo, al sollievo dalla povertà, all’educazione ambientale e all’elevazione morale. La Fondazione di Ricerca Observer del Gruppo Reliance (ORF), attualmente sovvenzionata da Mukesh Ambani, è forgiata sullo stampo della Fondazione Rockefeller. Occupa agenti dei servizi segreti in pensione, analisti strategici, politici (che fingono di scagliarsi l’un contro l’altro in Parlamento), giornalisti e decisori politici come propri “associati” e consulenti di ricerca.
Gli obiettivi dell’ORF sembrano sufficientemente espliciti: “Contribuire a sviluppare il consenso a favore delle riforme economiche.” E modellare e influenzare l’opinione pubblica, creando “opzioni politiche alternative realizzabili tanto diverse quanto generare occupazione nei distretti arretrati e strategie in tempo reale per contrastare minacce nucleari, biologiche e chimiche.”
Sono stata inizialmente sconcertata dalla preoccupazione per “la guerra nucleare, biologica e chimica” tra gli obiettivi dichiarati dell’ORF. Ma molto meno quando, nella lunga lista dei suoi “partner istituzionali”, ho trovato i nomi di Raytheon e Lockheed Martin, due dei maggiori produttori di armi del mondo. Nel 2007 la Raytheon ha annunciato che stava rivolgendo la sua attenzione all’India. Potrebbe essere che almeno parte dei 32 miliardi di dollari del bilancio della difesa saranno spesi in armi, missili guidati, velivoli, navi da guerra e attrezzature di sorveglianza prodotti dalla Raytheon e dalla Lockheed Martin?
Abbiamo bisogno di armi per combattere guerre? O abbiamo bisogno di guerre per creare un mercato per le armi? Dopotutto le economie dell’Europa, degli USA e di Israele dipendono moltissimo dalle loro industrie belliche. E’ l’unica cosa che non hanno delocalizzato in Cina.
Nella nuova Guerra Fredda tra USA e Cina, l’India viene curata per svolgere il ruolo che il Pakistan svolse da alleato degli USA nella guerra fredda con la Russia. (E si guardi a cosa è successo al Pakistan). Molti di quegli editorialisti e “analisti strategici” che enfatizzano le ostilità tra India e Cina, vedrete, si possono ricondurre direttamente o indirettamente ai ‘pensatoi’ e alle fondazioni Indo-Statunitensi. Essere un “partner strategico” degli USA non significa che i Capi di Stato si scambiano di tanto in tanto delle amichevoli telefonate. Significa collaborazione (interferenza) ad ogni livello. Significa ospitare le Forze Speciali USA sul suolo indiano (un comandante del Pentagono lo ha recentemente confermato alla BBC). Significa condividere informazioni segrete, modificare le politiche agricole ed energetiche, aprire i settori della sanità e dell’istruzione agli investimenti globali. Significa aprire il commercio al dettaglio. Significa associazioni sbilanciate in cui l’India viene stretta in un abbraccio da orso e fatta ballare il valzer da un partner che la incenerirà nel momento in cui rifiuterà di ballare.
Nella lista dei “partner istituzionali” dell’ORF si riscontreranno anche la RAND Corporation, la Fondazione Ford, la Banca Mondiale, l’Istituto Brooking (la cui missione dichiarata consiste nell’ “offrire raccomandazioni innovative e pratiche che facciano progredire tre grandi obiettivi: rafforzare la democrazia statunitense; promuovere il benessere economico e sociale, la sicurezza e le opportunità per tutti i cittadini statunitensi e assicurare un sistema internazionale più aperto, sicuro, prospero e cooperativo”.) Troverete la Fondazione Rosa Luxemburg in Germania. (Povera Rosa, che morì per la causa del comunismo, con il proprio nome su una lista come questa!)
Anche se il capitalismo si intende basato sulla competizione, quelli al vertice della catena alimentare si sono dimostrati capaci anche di inclusione e solidarietà. I grandi Capitalisti Occidentali hanno fatto affari con fascisti, socialisti, despoti e dittatori militari. Sono in grado di adattarsi e di rinnovarsi costantemente. Sono capaci di pensare rapidamente e con immensa scaltrezza tattica.
Ma pur avendo forzato riforme economiche, avendo scatenato guerre e occupato militarmente territori al fine di realizzare “democrazie” del libero mercato, il Capitalismo sta attraversando una crisi la cui gravità non si è ancora rivelata completamente. Max affermò: “Ciò che pertanto la borghesia produce, soprattutto, è chi le scaverà la tomba. La sua caduta e la vittoria del proletariato sono egualmente inevitabili.”
Il proletariato, come lo concepiva Marx, è stato sotto continuo attacco. Le fabbriche sono state chiuse, i posti di lavoro sono spariti, i sindacati sono stati dispersi. Il proletariato, nel corso degli anni, è stato messo in contrasto al suo interno in ogni modo possibile. In India si è trattato degli hindu contro i mussulmani, degli hindu contro i cristiani, dei Dalit contro gli Adivasi, di casta contro casta, di regione contro regione. E tuttavia, in tutto il mondo, vi è un contrattacco. In Cina ci sono innumerevoli scioperi e rivolte. In India il popolo più povero del mondo ha contrattaccato per fermare alcune delle imprese più ricche sul loro cammino.
Il capitalismo è in crisi. La teoria delle ricadute dall’alto è fallita. Ora anche quella dei flussi verso l’alto è in difficoltà. Il crollo finanziario internazionale è prossimo. Il tasso di crescita dell’India è precipitato al 6,9%. Gli investimenti stranieri si stanno ritirando. Le maggiori imprese internazionali se ne stanno sedute su pile di denaro, insicure su dove investirlo, insicure riguardo a come la crisi finanziaria si evolverà. Questa è una ferita strutturale grave al bestione del capitale globale.
I veri “scavatori della fossa” possono finire per essere i suoi stessi Cardinali delusi che hanno trasformato l’ideologia in fede. Nonostante la loro genialità strategica, sembrano avere problemi nel capire un fatto semplice: il Capitalismo sta distruggendo il pianeta. I due vecchi trucchi che lo hanno tirato fuori in passato dalle crisi – Guerra e Consumi – semplicemente non funzioneranno.
Sono rimasta a lungo all’esterno di Antilla a guardar scendere il sole. Ho immaginato che la torre fosse tanto profonda quanto era alta. Che avesse una radice profonda ventisette piani, che serpeggiava sottoterra, risucchiando affamata sostentamento dalla terra, trasformandola in fumo e oro.

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mercoledì 22 aprile 2020

Impianti di micro chips e 5G

Nota: ARTICOLO ORIGINALEl’articolo di cui sopra è stato accessibile tramite Wayback Machine 3/24/2020 poiché l’articolo originale del 19/03/2020 è da allora scomparso.
Il cofondatore di Microsoft Bill Gates lancerà capsule impiantabili – chiamati anche microchip – per l’uomo che hanno “certificati digitali”; questi possono mostrare chi è stato testato per il coronavirus e chi è stato vaccinato contro di esso.
Il magnate della tecnologia di 64 anni e attualmente la seconda persona più ricca del mondo, lo ha rivelato ieri durante una sessione di Reddit “Ask Me Anything” mentre rispondeva alle domande sulla pandemia di Coronavirus COVID-19.
Come funziona la schedatura tramite microchip
Gates stava rispondendo a una domanda su come le aziende saranno in grado di operare mantenendo le distanze sociali e ha affermato che “Alla fine avremo alcuni certificati digitali per mostrare chi si è ripreso o è stato testato di recente o quando abbiamo un vaccino che lo ha ricevuto “.
I “certificati digitali” a cui Gates si riferiva sono “QUANTUM-DOT TATTOOS” impiantabili nell’uomo su cui i ricercatori del MIT e della Rice University stanno lavorando come un modo per tenere un registro delle vaccinazioni.
È stato l’anno scorso a dicembre quando gli scienziati delle due università hanno rivelato che stavano lavorando su questi tatuaggi a punti quantici dopo che Bill Gates li ha avvicinati per risolvere il problema di identificare coloro che non sono stati vaccinati.
tatuaggi a punti quantici implicano l’applicazione di microneedle a base di zucchero dissolvibili che contengono un vaccino e “punti quantici” a base di rame fluorescente incorporati all’interno di capsule biocompatibili su scala micron.
ID 2020 e identità digitale
I microneedes si dissolvono sotto la pelle, lasciano i punti quantici incapsulati i cui schemi possono essere letti per identificare il vaccino che è stato somministrato.
I tatuaggi a punti quantici saranno probabilmente integrati con un’altra azienda di Bill Gates chiamata ID2020, che è un ambizioso progetto di Microsoft per risolvere il problema di oltre 1 miliardo di persone che vivono senza un’identità ufficialmente riconosciuta.
ID2020 sta risolvendo questo problema attraverso l’identità digitale. Attualmente, il modo più fattibile per implementare l’identità digitale è tramite smartphone o impianti di microchip RFID.
Campi di applicazione e trust
Quest’ultimo sarà il probabile approccio di Gates non solo per fattibilità e sostenibilità, ma anche perché da oltre 6 anni, la Fondazione Gates finanzia un altro progetto che incorpora impianti di microchip impiantabili sull’uomo.
Questo progetto, anch’esso guidato dal MIT, è un impianto di microchip anticoncezionale che consentirà alle donne di controllare gli ormoni contraccettivi nei loro corpi.
Per quanto riguarda ID2020, per farcela, Microsoft ha stretto un’alleanza con altre quattro società, vale a dire; Accenture, IDEO, Gavi e la Fondazione Rockefeller. Il progetto è sostenuto dalle Nazioni Unite ed è stato incorporato nell’iniziativa degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 
Covid-19 come opportunità
Sarà interessante vedere come Bill Gates e ID2020 eseguiranno tutto ciò perché molti cristiani, e sorprendentemente un numero crescente di musulmani sciitisono molto contrari all’idea di microchip e qualsiasi forma di tecnologia di identificazione invasiva per il corpo.
Alcuni legislatori e politici cristiani negli Stati Uniti hanno persino tentato di vietare tutte le forme di microchip umano.
D’altra parte, questa è l’occasione perfetta per Bill Gates di esaminare i progetti perché, poiché il coronavirus continua a diffondersi e sempre più persone continuano a morire a causa della pandemia, il pubblico in generale sta diventando più aperto alle tecnologie di risoluzione dei problemi che conterrà la diffusione del virus.
Si dice che in USA il Covid-19 sia anche un’opportunità per le aziende di telecomunicazioni che impianteranno anche il 5G nelle scuole in un momento in cui sarà possibile farlo, mentre la popolazione si sarebbe opposta massivamente in una situazione di normale frequentazione. Vedi come spiega bene Repubblica in questo articolo.

Le critiche e gli scettici

Il motivo principale per cui molti cristiani e alcuni musulmani sciiti si oppongono alle tecnologie di identificazione invasiva del corpo, per quanto utili siano tali tecnologie per prevenire le pandemie, è perché credono che tali tecnologie siano il cosiddetto “Marchio di Satana” menzionato nella Bibbia e in alcune profezie.
Nel Libro delle Rivelazioni nella Bibbia, a chiunque non abbia questo “marchio” non è permesso acquistare o vendere nulla.  Nel novembre 2019, una società tecnologica con sede in Danimarca che aveva contratti per la produzione di impianti di microchip per il governo danese e la Marina degli Stati Uniti, ha dovuto annullare il lancio del suo presunto impianto di microchip basato su Internet of Things apparentemente “rivoluzionario” dopo l’attacco di attivisti cristiani i suoi uffici a Copenaghen.
Per quanto riguarda il discorso vaccinale, in merito al Coronavirus, ricordiamo le affermazioni della virologa Capua che ha affermato che un vaccino sarebbe inefficace contro questo tipo di virus perchè tendente a mutare in maniera molto veloce.

venerdì 17 aprile 2020

TRACCIATI



Le informazioni raccolte sono anonime, ma risalire all’identità delle persone è semplice. Un puntino sulla mappa esce da un’abitazione alle 7 di mattina, raggiunge una scuola media a 22 chilometri di distanza. Poi esce dalla scuola nel pomeriggio ed entra nello studio di un dermatologo. Torna a casa, passeggia in un parco. Poi passa la sera all’interno di un’altra abitazione. È la casa dell’ex fidanzato. Quel puntino è una donna: Lisa Magrin, 46 anni, insegnante di matematica.
Sono almeno 75 le aziende che raccolgono informazioni dai telefoni, e sono circa duecento milioni i telefoni tracciati ogni giorno solo negli Stati Uniti, per un giro d’affari di 21 miliardi di dollari: soprattutto pubblicità mirata, con Google e Facebook in testa. Tracciando chi entra nel pronto soccorso, un’agenzia vende spazi pubblicitari ad avvocati specializzati in cause per lesioni personali. Due aziende hanno tracciato le persone presenti alla cerimonia di insediamento di Donald Trump.
“È come vivere nel mondo descritto nel libro 1984”, ha detto il socio di una di queste aziende. Sono più di mille le app in grado di rilevare con precisione la nostra posizione. Edward Snowden, l’ex informatico della Cia che nel 2013 ha reso pubblici i programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e di quello britannico, una volta ha scritto: “Sostenere che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come affermare che non si è interessati alla libertà di espressione perché non si ha nulla da dire”.
Questo articolo è uscito il 14 dicembre 2018 nel numero 1286 di Internazionale, a pagina 7


mercoledì 15 aprile 2020

professor RICCARDO MANZOTTI


La campagna del governo #iostoacasa sarà ricordata come un esempio da scuola di come in pochissimo tempo, ignoranza e paura possono cancellare il patto di mutua ragione tra cittadino e istituzioni. Di fronte alla minaccia del virus e il rischio del collasso del sistema sanitario, il governo ha proceduto, a partire dal 21 Marzo a una campagna di quarantena basata sull’hashtag #iostoacasa convincendo milioni di italiani che stare il più a lungo possibile nel chiuso delle loro abitazioni è l’unica strada possibile per fermare la avanzata del virus.
Questo è ovviamente falso. Altri hastag, molto più precisi e dettagliati, come #iostoatremetri o #iostodasolo, sarebbero stati molto più onesti e, nella misura in cui sarebbero stati più sostenibili, sarebbero stati anche molto più efficaci. Purtroppo, il governo ha invece scelto di fondare la sua campagna su un diktat approssimativo e dannoso.
È ovvio a chiunque voglia esercitare un po’ di buon senso come stare al chiuso con la famiglia non è sostenibile e richieda per lo meno l’accesso a supermercati e altri servizi essenziali. Di per sé rendendo vana la pretesa di una applicazione del diktat. Ma è altrettanto evidente che non si tratti nemmeno di una misura necessaria, perché basterebbe stare a distanza e seguire le norme previste dalla OMS (mascherine, lavaggio mani, etc).
Tuttavia, la richiesta ai cittadini di compiere un SACRIFICIO è stata ideologicamente efficace, soprattutto in un paese con le nostre radici storico-culturali. Stare a casa è diventato subito un gesto scaramantico, che si fa per motivi tra la superstizione e l’appartenenza alla comunità. Nessuno si interroga sui meccanismi di trasmissione del virus. Sono demandati agli esperti, come in passato era demandato ai preti di interpretare le sacre scritture e agli intellettuali di sinistra di fare l’analisi del momento storico. La popolazione è contenta di affidare ad altri, esperti o autorità che siano, il proprio destino contando nel principio antico che è più importante appartenere a una comunità, sia un gregge di pecore o una torma di Lemming, il proprio destino.
Ai virologi non vengono chiesti lumi circa i meccanismi di trasmissione del virus, ovvero un trasferimento di conoscenza che richiederebbe, da parte delle persone, un atteggiamento di comprensione critico-scientifica del problema, ma regole e direttive da applicare in modo fedele salvo eccezioni (“padre ho tanto peccato, mi dia l’assoluzione”).
La minaccia del virus, da problema concreto da affrontare con gli strumenti della ragione, è stata trasformata nella espressione delle colpe morali di una parte dei cittadini e ha legittimato molti altri nella presunta affermazione della propria superiorità morale. Atteggiamento paternalistico e moralistico in tutto e per tutti simile alla genuflessione superstiziosa di molte religioni. Non si salveranno dal virus i più accorti che faranno uso della propria intelligenza, ma i più giusti che sapranno sacrificarsi e, insieme agli altri giusti come lor pari (o appena meno), meritarsi un posto sull’arca galleggiante. O questo la gente crede.
Soltanto questa deriva salvifico-moralista può spiegare l’acredine e l’astio moralistico (l’onda di m…a con cui si sono affrontate le posizioni non allineate). Il dissenso è stato immediatamente associato con la indegnità morale del difensore. Chi sosteneva l’importanza dell’attività fisica è stato immediatamente deriso (la “corsetta”, “andare a spasso”) o associato a tratti moralmente inferiori (narciso, egoista, individualista, persona priva di rispetto), mentre l’abuso di carboidrati, tabacco e alcool che pure ha accompagnato la clausura domestica viene visto con indulgenza (tabacco) e generalmente con vera e propria simpatia (alcool e cibo). È ovviamente irrazionale pensare che chi corre manchi di rispetto mentre chi sforna torte e pizze sia un monaco penitente, ma è coerente con la cornice ideologica dove il virus deve essere sconfitto dal sacrificio e dalla sottomissione alla autorità e non dall’intelligenza e dalla tenacia.
Non si deve correre, andare al mare, passeggiare in montagna, non perché sia un’attività oggettivamente correlata con il virus, ma perché siamo indegni, incapaci di fiducia. Siamo cioè peccaminosi e dobbiamo mondarci dei nostri peccati, soffrendo tutti insieme. Magari spiando dalle tapparelle chi non si sottopone agli stessi riti. La giustificazione del divieto di stare all’aperti da soli è analoga a quella che viene data, in nazioni dove i costumi impongono la repressione sessuale, perché le donne si debbano coprire il corpo e il viso: perché se lo facessero tutte, i maschi essere tentati dal fare violenza. E quindi, poiché gli esseri umani sono indegni di fiducia, anche chi non ha colpa (le donne) devono vivere segregati. Non a caso, in questi paesi, casa e vestiti hanno un ruolo simile a quello della casa in questi giorni di quarantena, spazio privato sottratto al presunto pericolo esterno (che invece è solo interno).
In questa atmosfera irrazionale, resa possibile dalla tradizionale mancanza di cultura scientifica, l’applicazione del diktat diventa un articolo di credo, spesso imposto più dai fedeli (i solerti sceriffi da balconi) che dalle stesse autorità (vigili e polizia). Si chiudono parchi e aree balneari, si inviano i droni per individuare pericolosi camminatori solitari, si inviano elicotteri per stanare bagnanti e subacquei (non è una esagerazione). A nulla vale il fatto che, a detta della OMS, il virus non sopravvive all’aperto sotto l’effetto dei raggi del sole e che, anzi, basterebbe l’aria aperta per disperdere la carica virale sotto ogni soglia di pericolo. Contro ogni ragione, l’ambiente esterno è associato con la libertà di pensiero e di movimento in cui i cittadini impauriti da una propaganda martellante dei media non possono che credere. Come ha recentemente scritto Recalcati, “l’odio è non sopportare la libertà dell’altro”.
Come nel romanzo di Orwell le persone sono isolate le une dalle altre e soggette a una continua imposizione di notizie da parte di schermi installati nelle loro abitazioni. A differenza della distopia, nel nostro caso gli schermi sono pagati direttamente da noi.
Il runner solitario non mette a rischio la salute fisica dei cittadini, ma mette in discussione il valore salvifico della loro presunta moralità: “se io sto in casa a soffrire, perché non lo fa anche lui”. E così si deve stare in casa non per evitare il virus, ma per non mettere in discussione l’autorità del governo cui la società ha demandato la propria libertà. Perché il sacrificio della libertà di tutti sia efficace, deve essere condiviso – non si deve parlare in chiesa o mettere in discussione le parole del sacerdote (in questo caso l’esperto scelto dal governo), è un mancare di rispetto. Così si rivela il lato oscuro della irrazionalità: paura e ignoranza. È un meccanismo raccontato da tantissimi, da Chomsky a Benasayag, da Canetti a Foucalt, da Hobbes a Machiavelli. Non c’è bisogno di citarli.
L’ignoranza gonfia la paura che cerca nel sacrificio della libertà e nella sottomissione all’autorità una salvezza che viene applicata con la stupidità irrazionale propria della superstizione.
L’aspetto peggiore si è manifestato in tutte quelle forme di intolleranza e di miseria umana che trovano amplificazione nel razzismo da balcone. Si spiano le persone perché gli altri non sono più percepiti in quanto esseri umani, ma come un potenziale pericolo. L’applicazione rigida della legge diventa il pretesto per sfogare invidie, rivalità, complessi di inferiorità, asti campanilistici.
Felice Cimatti, in una recente intervista ha affermato “ci sono le ragioni della medicina, ma non ci sono solo le ragioni della medicina. […] Sostenere che non è tempo per discutere di filosofia e di libertà individuali, che ora è il tempo dell’emergenza, è esattamente il tipo di risposta che non promette nulla di buono.”
Quando la libertà individuale è sospettata di egoismo, quando si avvalla il principio etico-politico che la sola vera libertà è quella che esprime il bene universale (che poi non è mai universale, ma di qualche particolare che ha la forza per proporsi e, invero, imporsi, come universale), la persona è in pericolo, perché la persona è la sua libertà individuale, insindacabile, ingiudicabile, indominabile.
Certo, ogni società può proporre le sue regole di ingaggio, diciamo così, ma senza pretendere che il proprio bene (quello della società in gioco) diventi il bene universale o debba corrispondere al bene di ciascuno. La paura del virus ha spinto molti a rinunciare ai propri diritti individuali. La salvezza del corpo in cambio dell’anima – per tanti che come gli zombie di Romero (altra epidemia, altra allegoria) quell’anima non l’hanno in fondo mai avuta – è un baratto ragionevole.
Accettare il diktat dello stare a casa senza ragione non è solo un rischio sanitario (il danno che tanti avranno da questa inutile clausura domestica) ma soprattutto il fallimento del patto di ragione tra stato e cittadino. Allo stato non si chiede di spiegare le motivazioni razionali delle regole. Ai cittadini non si chiede di comportarsi responsabilmente. Ognuno viene meno ai suoi obblighi e ci si tratta con l’indulgenza tipica di persone immature. Il patto non è più basato sulla ragione e sul rispetto reciproco tra persona e istituzione, ma sull’interesse e la paura. E la superstizione ne è il naturale collante. #iostoacasa esprime il fallimento della libertà e della democrazia.
Riccardo Manzotti è professore di filosofia teoretica (Università IULM di Milano), psicologo e ingegnere. Dalla teoria che ha elaborato sulla coscienza ha tratto vari libri, tra cui il più recente The Spread Mind, tradotto ed edito in Italia da Il Saggiatore.