mercoledì 22 aprile 2020

Impianti di micro chips e 5G

Nota: ARTICOLO ORIGINALE, l’articolo di cui sopra è stato accessibile tramite Wayback Machine 3/24/2020 poiché l’articolo originale del 19/03/2020 è da allora scomparso.
Il cofondatore di Microsoft Bill Gates lancerà capsule impiantabili – chiamati anche microchip – per l’uomo che hanno “certificati digitali”; questi possono mostrare chi è stato testato per il coronavirus e chi è stato vaccinato contro di esso.
Il magnate della tecnologia di 64 anni e attualmente la seconda persona più ricca del mondo, lo ha rivelato ieri durante una sessione di Reddit “Ask Me Anything” mentre rispondeva alle domande sulla pandemia di Coronavirus COVID-19.
Come funziona la schedatura tramite microchip
Gates stava rispondendo a una domanda su come le aziende saranno in grado di operare mantenendo le distanze sociali e ha affermato che “Alla fine avremo alcuni certificati digitali per mostrare chi si è ripreso o è stato testato di recente o quando abbiamo un vaccino che lo ha ricevuto “.
I “certificati digitali” a cui Gates si riferiva sono “QUANTUM-DOT TATTOOS” impiantabili nell’uomo su cui i ricercatori del MIT e della Rice University stanno lavorando come un modo per tenere un registro delle vaccinazioni.
È stato l’anno scorso a dicembre quando gli scienziati delle due università hanno rivelato che stavano lavorando su questi tatuaggi a punti quantici dopo che Bill Gates li ha avvicinati per risolvere il problema di identificare coloro che non sono stati vaccinati.
I tatuaggi a punti quantici implicano l’applicazione di microneedle a base di zucchero dissolvibili che contengono un vaccino e “punti quantici” a base di rame fluorescente incorporati all’interno di capsule biocompatibili su scala micron.
ID 2020 e identità digitale
I microneedes si dissolvono sotto la pelle, lasciano i punti quantici incapsulati i cui schemi possono essere letti per identificare il vaccino che è stato somministrato.
I tatuaggi a punti quantici saranno probabilmente integrati con un’altra azienda di Bill Gates chiamata ID2020, che è un ambizioso progetto di Microsoft per risolvere il problema di oltre 1 miliardo di persone che vivono senza un’identità ufficialmente riconosciuta.
ID2020 sta risolvendo questo problema attraverso l’identità digitale. Attualmente, il modo più fattibile per implementare l’identità digitale è tramite smartphone o impianti di microchip RFID.
Campi di applicazione e trust
Quest’ultimo sarà il probabile approccio di Gates non solo per fattibilità e sostenibilità, ma anche perché da oltre 6 anni, la Fondazione Gates finanzia un altro progetto che incorpora impianti di microchip impiantabili sull’uomo.
Questo progetto, anch’esso guidato dal MIT, è un impianto di microchip anticoncezionale che consentirà alle donne di controllare gli ormoni contraccettivi nei loro corpi.
Per quanto riguarda ID2020, per farcela, Microsoft ha stretto un’alleanza con altre quattro società, vale a dire; Accenture, IDEO, Gavi e la Fondazione Rockefeller. Il progetto è sostenuto dalle Nazioni Unite ed è stato incorporato nell’iniziativa degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.  
Covid-19 come opportunità
Sarà interessante vedere come Bill Gates e ID2020 eseguiranno tutto ciò perché molti cristiani, e sorprendentemente un numero crescente di musulmani sciiti, sono molto contrari all’idea di microchip e qualsiasi forma di tecnologia di identificazione invasiva per il corpo.
Alcuni legislatori e politici cristiani negli Stati Uniti hanno persino tentato di vietare tutte le forme di microchip umano.
D’altra parte, questa è l’occasione perfetta per Bill Gates di esaminare i progetti perché, poiché il coronavirus continua a diffondersi e sempre più persone continuano a morire a causa della pandemia, il pubblico in generale sta diventando più aperto alle tecnologie di risoluzione dei problemi che conterrà la diffusione del virus.
Si dice che in USA il Covid-19 sia anche un’opportunità per le aziende di telecomunicazioni che impianteranno anche il 5G nelle scuole in un momento in cui sarà possibile farlo, mentre la popolazione si sarebbe opposta massivamente in una situazione di normale frequentazione. Vedi come spiega bene Repubblica in questo articolo.

Le critiche e gli scettici

Il motivo principale per cui molti cristiani e alcuni musulmani sciiti si oppongono alle tecnologie di identificazione invasiva del corpo, per quanto utili siano tali tecnologie per prevenire le pandemie, è perché credono che tali tecnologie siano il cosiddetto “Marchio di Satana” menzionato nella Bibbia e in alcune profezie.
Nel Libro delle Rivelazioni nella Bibbia, a chiunque non abbia questo “marchio” non è permesso acquistare o vendere nulla.  Nel novembre 2019, una società tecnologica con sede in Danimarca che aveva contratti per la produzione di impianti di microchip per il governo danese e la Marina degli Stati Uniti, ha dovuto annullare il lancio del suo presunto impianto di microchip basato su Internet of Things apparentemente “rivoluzionario” dopo l’attacco di attivisti cristiani i suoi uffici a Copenaghen.
Per quanto riguarda il discorso vaccinale, in merito al Coronavirus, ricordiamo le affermazioni della virologa Capua che ha affermato che un vaccino sarebbe inefficace contro questo tipo di virus perchè tendente a mutare in maniera molto veloce.

venerdì 17 aprile 2020

TRACCIATI



Le informazioni raccolte sono anonime, ma risalire all’identità delle persone è semplice. Un puntino sulla mappa esce da un’abitazione alle 7 di mattina, raggiunge una scuola media a 22 chilometri di distanza. Poi esce dalla scuola nel pomeriggio ed entra nello studio di un dermatologo. Torna a casa, passeggia in un parco. Poi passa la sera all’interno di un’altra abitazione. È la casa dell’ex fidanzato. Quel puntino è una donna: Lisa Magrin, 46 anni, insegnante di matematica.
Sono almeno 75 le aziende che raccolgono informazioni dai telefoni, e sono circa duecento milioni i telefoni tracciati ogni giorno solo negli Stati Uniti, per un giro d’affari di 21 miliardi di dollari: soprattutto pubblicità mirata, con Google e Facebook in testa. Tracciando chi entra nel pronto soccorso, un’agenzia vende spazi pubblicitari ad avvocati specializzati in cause per lesioni personali. Due aziende hanno tracciato le persone presenti alla cerimonia di insediamento di Donald Trump.
“È come vivere nel mondo descritto nel libro 1984”, ha detto il socio di una di queste aziende. Sono più di mille le app in grado di rilevare con precisione la nostra posizione. Edward Snowden, l’ex informatico della Cia che nel 2013 ha reso pubblici i programmi di sorveglianza di massa del governo statunitense e di quello britannico, una volta ha scritto: “Sostenere che non si è interessati al diritto alla privacy perché non si ha nulla da nascondere è come affermare che non si è interessati alla libertà di espressione perché non si ha nulla da dire”.
Questo articolo è uscito il 14 dicembre 2018 nel numero 1286 di Internazionale, a pagina 7


mercoledì 15 aprile 2020

professor RICCARDO MANZOTTI


La campagna del governo #iostoacasa sarà ricordata come un esempio da scuola di come in pochissimo tempo, ignoranza e paura possono cancellare il patto di mutua ragione tra cittadino e istituzioni. Di fronte alla minaccia del virus e il rischio del collasso del sistema sanitario, il governo ha proceduto, a partire dal 21 Marzo a una campagna di quarantena basata sull’hashtag #iostoacasa convincendo milioni di italiani che stare il più a lungo possibile nel chiuso delle loro abitazioni è l’unica strada possibile per fermare la avanzata del virus.
Questo è ovviamente falso. Altri hastag, molto più precisi e dettagliati, come #iostoatremetri o #iostodasolo, sarebbero stati molto più onesti e, nella misura in cui sarebbero stati più sostenibili, sarebbero stati anche molto più efficaci. Purtroppo, il governo ha invece scelto di fondare la sua campagna su un diktat approssimativo e dannoso.
È ovvio a chiunque voglia esercitare un po’ di buon senso come stare al chiuso con la famiglia non è sostenibile e richieda per lo meno l’accesso a supermercati e altri servizi essenziali. Di per sé rendendo vana la pretesa di una applicazione del diktat. Ma è altrettanto evidente che non si tratti nemmeno di una misura necessaria, perché basterebbe stare a distanza e seguire le norme previste dalla OMS (mascherine, lavaggio mani, etc).
Tuttavia, la richiesta ai cittadini di compiere un SACRIFICIO è stata ideologicamente efficace, soprattutto in un paese con le nostre radici storico-culturali. Stare a casa è diventato subito un gesto scaramantico, che si fa per motivi tra la superstizione e l’appartenenza alla comunità. Nessuno si interroga sui meccanismi di trasmissione del virus. Sono demandati agli esperti, come in passato era demandato ai preti di interpretare le sacre scritture e agli intellettuali di sinistra di fare l’analisi del momento storico. La popolazione è contenta di affidare ad altri, esperti o autorità che siano, il proprio destino contando nel principio antico che è più importante appartenere a una comunità, sia un gregge di pecore o una torma di Lemming, il proprio destino.
Ai virologi non vengono chiesti lumi circa i meccanismi di trasmissione del virus, ovvero un trasferimento di conoscenza che richiederebbe, da parte delle persone, un atteggiamento di comprensione critico-scientifica del problema, ma regole e direttive da applicare in modo fedele salvo eccezioni (“padre ho tanto peccato, mi dia l’assoluzione”).
La minaccia del virus, da problema concreto da affrontare con gli strumenti della ragione, è stata trasformata nella espressione delle colpe morali di una parte dei cittadini e ha legittimato molti altri nella presunta affermazione della propria superiorità morale. Atteggiamento paternalistico e moralistico in tutto e per tutti simile alla genuflessione superstiziosa di molte religioni. Non si salveranno dal virus i più accorti che faranno uso della propria intelligenza, ma i più giusti che sapranno sacrificarsi e, insieme agli altri giusti come lor pari (o appena meno), meritarsi un posto sull’arca galleggiante. O questo la gente crede.
Soltanto questa deriva salvifico-moralista può spiegare l’acredine e l’astio moralistico (l’onda di m…a con cui si sono affrontate le posizioni non allineate). Il dissenso è stato immediatamente associato con la indegnità morale del difensore. Chi sosteneva l’importanza dell’attività fisica è stato immediatamente deriso (la “corsetta”, “andare a spasso”) o associato a tratti moralmente inferiori (narciso, egoista, individualista, persona priva di rispetto), mentre l’abuso di carboidrati, tabacco e alcool che pure ha accompagnato la clausura domestica viene visto con indulgenza (tabacco) e generalmente con vera e propria simpatia (alcool e cibo). È ovviamente irrazionale pensare che chi corre manchi di rispetto mentre chi sforna torte e pizze sia un monaco penitente, ma è coerente con la cornice ideologica dove il virus deve essere sconfitto dal sacrificio e dalla sottomissione alla autorità e non dall’intelligenza e dalla tenacia.
Non si deve correre, andare al mare, passeggiare in montagna, non perché sia un’attività oggettivamente correlata con il virus, ma perché siamo indegni, incapaci di fiducia. Siamo cioè peccaminosi e dobbiamo mondarci dei nostri peccati, soffrendo tutti insieme. Magari spiando dalle tapparelle chi non si sottopone agli stessi riti. La giustificazione del divieto di stare all’aperti da soli è analoga a quella che viene data, in nazioni dove i costumi impongono la repressione sessuale, perché le donne si debbano coprire il corpo e il viso: perché se lo facessero tutte, i maschi essere tentati dal fare violenza. E quindi, poiché gli esseri umani sono indegni di fiducia, anche chi non ha colpa (le donne) devono vivere segregati. Non a caso, in questi paesi, casa e vestiti hanno un ruolo simile a quello della casa in questi giorni di quarantena, spazio privato sottratto al presunto pericolo esterno (che invece è solo interno).
In questa atmosfera irrazionale, resa possibile dalla tradizionale mancanza di cultura scientifica, l’applicazione del diktat diventa un articolo di credo, spesso imposto più dai fedeli (i solerti sceriffi da balconi) che dalle stesse autorità (vigili e polizia). Si chiudono parchi e aree balneari, si inviano i droni per individuare pericolosi camminatori solitari, si inviano elicotteri per stanare bagnanti e subacquei (non è una esagerazione). A nulla vale il fatto che, a detta della OMS, il virus non sopravvive all’aperto sotto l’effetto dei raggi del sole e che, anzi, basterebbe l’aria aperta per disperdere la carica virale sotto ogni soglia di pericolo. Contro ogni ragione, l’ambiente esterno è associato con la libertà di pensiero e di movimento in cui i cittadini impauriti da una propaganda martellante dei media non possono che credere. Come ha recentemente scritto Recalcati, “l’odio è non sopportare la libertà dell’altro”.
Come nel romanzo di Orwell le persone sono isolate le une dalle altre e soggette a una continua imposizione di notizie da parte di schermi installati nelle loro abitazioni. A differenza della distopia, nel nostro caso gli schermi sono pagati direttamente da noi.
Il runner solitario non mette a rischio la salute fisica dei cittadini, ma mette in discussione il valore salvifico della loro presunta moralità: “se io sto in casa a soffrire, perché non lo fa anche lui”. E così si deve stare in casa non per evitare il virus, ma per non mettere in discussione l’autorità del governo cui la società ha demandato la propria libertà. Perché il sacrificio della libertà di tutti sia efficace, deve essere condiviso – non si deve parlare in chiesa o mettere in discussione le parole del sacerdote (in questo caso l’esperto scelto dal governo), è un mancare di rispetto. Così si rivela il lato oscuro della irrazionalità: paura e ignoranza. È un meccanismo raccontato da tantissimi, da Chomsky a Benasayag, da Canetti a Foucalt, da Hobbes a Machiavelli. Non c’è bisogno di citarli.
L’ignoranza gonfia la paura che cerca nel sacrificio della libertà e nella sottomissione all’autorità una salvezza che viene applicata con la stupidità irrazionale propria della superstizione.
L’aspetto peggiore si è manifestato in tutte quelle forme di intolleranza e di miseria umana che trovano amplificazione nel razzismo da balcone. Si spiano le persone perché gli altri non sono più percepiti in quanto esseri umani, ma come un potenziale pericolo. L’applicazione rigida della legge diventa il pretesto per sfogare invidie, rivalità, complessi di inferiorità, asti campanilistici.
Felice Cimatti, in una recente intervista ha affermato “ci sono le ragioni della medicina, ma non ci sono solo le ragioni della medicina. […] Sostenere che non è tempo per discutere di filosofia e di libertà individuali, che ora è il tempo dell’emergenza, è esattamente il tipo di risposta che non promette nulla di buono.”
Quando la libertà individuale è sospettata di egoismo, quando si avvalla il principio etico-politico che la sola vera libertà è quella che esprime il bene universale (che poi non è mai universale, ma di qualche particolare che ha la forza per proporsi e, invero, imporsi, come universale), la persona è in pericolo, perché la persona è la sua libertà individuale, insindacabile, ingiudicabile, indominabile.
Certo, ogni società può proporre le sue regole di ingaggio, diciamo così, ma senza pretendere che il proprio bene (quello della società in gioco) diventi il bene universale o debba corrispondere al bene di ciascuno. La paura del virus ha spinto molti a rinunciare ai propri diritti individuali. La salvezza del corpo in cambio dell’anima – per tanti che come gli zombie di Romero (altra epidemia, altra allegoria) quell’anima non l’hanno in fondo mai avuta – è un baratto ragionevole.
Accettare il diktat dello stare a casa senza ragione non è solo un rischio sanitario (il danno che tanti avranno da questa inutile clausura domestica) ma soprattutto il fallimento del patto di ragione tra stato e cittadino. Allo stato non si chiede di spiegare le motivazioni razionali delle regole. Ai cittadini non si chiede di comportarsi responsabilmente. Ognuno viene meno ai suoi obblighi e ci si tratta con l’indulgenza tipica di persone immature. Il patto non è più basato sulla ragione e sul rispetto reciproco tra persona e istituzione, ma sull’interesse e la paura. E la superstizione ne è il naturale collante. #iostoacasa esprime il fallimento della libertà e della democrazia.
Riccardo Manzotti è professore di filosofia teoretica (Università IULM di Milano), psicologo e ingegnere. Dalla teoria che ha elaborato sulla coscienza ha tratto vari libri, tra cui il più recente The Spread Mind, tradotto ed edito in Italia da Il Saggiatore.

sabato 11 aprile 2020

LA PANDEMIA È UNA PORTA TRA QUESTO MONDO E IL PROSSIMO



Arundhati Roy * (da Financial Times 2 aprile)

Chi può usare il termine “diventato virale” ora senza rabbrividire un po ‘? Chi può più guardare nulla – una maniglia della porta, una scatola di cartone, un sacchetto di verdure – senza immaginarlo brulicante di quelle macchie invisibili, non morte, non viventi, punteggiate di ventose in attesa di fissarsi ai nostri polmoni?

Chi può pensare di baciare uno sconosciuto, saltare su un autobus o mandare il bambino a scuola senza provare vera paura? Chi può pensare al piacere usuale e non valutarne il rischio? Chi di noi non è un improvvisato epidemiologo, virologo, statistico e profeta? Quale scienziato o medico non sta segretamente pregando per un miracolo? Quale sacerdote non – almeno in segreto – si sottomette alla scienza?

E anche mentre il virus prolifera, chi non può essere colpito dall’espandersi del canto degli uccelli nelle città, dai pavoni che danzano agli incroci delle strade e dal silenzio nei cieli?
Il numero di casi in tutto il mondo questa settimana è cresciuto di oltre un milione. Più di 50.000 persone sono già morte. Le proiezioni suggeriscono che il numero aumenterà a centinaia di migliaia, forse di più. Il virus si è mosso liberamente lungo le vie del commercio e del capitale internazionale e la terribile malattia che ha provocato ha bloccato gli umani nei loro paesi, nelle loro città e nelle loro case.

Ma a differenza del flusso di capitale, questo virus cerca la proliferazione, non il profitto e, quindi, inavvertitamente, in certa misura, ha invertito la direzione del flusso. Si è preso gioco dei controlli sull’immigrazione, la biometria, la sorveglianza digitale e ogni altro tipo di analisi dei dati e ha colpito più duramente – finora – le nazioni più ricche e potenti del mondo, portando il motore del capitalismo a una battuta d’arresto. Temporaneamente forse, ma almeno abbastanza a lungo per consentirci di esaminarne i componenti, fare una valutazione e decidere se vogliamo contribuire a ripararlo o cercare un motore migliore.

I mandarini che gestiscono questa pandemia amano parlare di guerra. Non usano nemmeno la guerra come metafora, la usano letteralmente. Ma se fosse davvero una guerra, chi sarebbe meglio preparato degli Stati Uniti? Se non fossero le maschere e i guanti di cui i suoi soldati in prima linea hanno bisogno, ma pistole, bombe intelligenti, bunker, sottomarini, aerei da combattimento e bombe nucleari, ce ne sarebbe una mancanza?

Notte dopo notte, da metà del mondo, alcuni di noi guardano le conferenze stampa del governatore di New York con un fascinazione che è difficile da spiegare. Seguiamo le statistiche e ascoltiamo le storie di ospedali sopraffatti negli Stati Uniti, di infermiere sottopagate, oberate di lavoro che devono farsi maschere e protezioni con i sacchi della spazzatura e vecchi impermeabili, rischiando tutto per soccorrere i malati. Ascoltiamo di stati costretti a fare offerte l’uno contro l’altro per i ventilatori, ai dilemmi dei medici su quale paziente dovrebbe prenderne uno e quale lasciar morire. E pensiamo a noi stessi: “Mio Dio! Questa è l’America! ”

La tragedia è immediata, reale, epica e in corso davanti ai nostri occhi. Ma non è cosa nuova. È il relitto di un treno che si trascina da anni. Chi non ricorda i video di “scarico dei pazienti”: persone malate, ancora con gli abiti da ospedale, nude, gettate di nascosto negli angoli delle strade? Le porte degli ospedali sono state chiuse troppo spesso ai cittadini degli Stati Uniti meno fortunati. Non importava quanto fossero malati o quanto soffrissero.

Almeno fino ad ora, perché ora, nell’era del virus, la malattia di una persona povera può influire sulla salute di una società benestante. Eppure, anche ora, Bernie Sanders, il senatore che ha incessantemente fatto una campagna per l’assistenza sanitaria per tutti, è considerato anomalo nella sua proposta per la Casa Bianca, anche dal suo stesso partito.
E che dire del mio paese, il mio paese povero – ricco, l’India, sospeso da qualche parte tra feudalesimo e fondamentalismo religioso, casta e capitalismo, governato da nazionalisti indù di estrema destra?

A dicembre, mentre la Cina stava combattendo lo scoppio del virus a Wuhan, il governo indiano stava affrontando una rivolta di massa di centinaia di migliaia di cittadini che protestavano contro la sfacciatamente discriminatoria legge anti-musulmana sulla cittadinanza che era appena passata in parlamento.

Il primo caso di Covid-19 è stato rilevato in India il 30 gennaio, solo pochi giorni dopo che l’onorevole capo ospite della nostra parata per la Festa della Repubblica, il divoratore di foreste amazzoniche e il negazionista di Covid -19, Jair Bolsonaro, aveva lasciato Delhi. Ma a febbraio c’era troppo da fare perché il virus fosse inserito nella agenda del partito al potere. La visita ufficiale del presidente Donald Trump era programmata per l’ultima settimana del mese. Era stato attirato dalla promessa di un pubblico di 1 milione di persone in uno stadio sportivo nello stato del Gujarat. Tutto ciò ha richiesto denaro e molto tempo.

Poi ci sono state le elezioni dell’Assemblea di Delhi che il Partito di Bharatiya Janata avrebbe dovuto perdere a meno che non avesse alzato il suo gioco, cosa che ha fatto, scatenando una feroce campagna nazionalista indù senza esclusione di colpi, piena di minacce, di violenza fisica e sparatorie sui ” traditori”.

Ha perso comunque. Quindi bisognava punire ii musulmani di Delhi, accusati dell’umiliazione. Le bande armate di vigilantes indù, sostenute dalla polizia, hanno attaccato i musulmani nei quartieri popolari della Delhi nord-orientale. Case, negozi, moschee e scuole sono state bruciate. I musulmani che si aspettavano l’attacco reagirono. Più di 50 persone, musulmani e alcuni indù, sono stati uccisi.

Migliaia di persone si sono trasferite nei campi profughi, nei cimiteri locali. Corpi mutilati venivano ancora tirati fuori dalla rete di fognature sporche e puzzolenti quando i funzionari del governo tenevano il loro primo incontro su Covid-19 e la maggior parte degli indiani iniziò a sentire parlare di qualcosa chiamato disinfettante per le mani.

E anche marzo era occupato. Le prime due settimane sono state dedicate al rovesciamento del governo del Congresso nello stato dell’India centrale del Madhya Pradesh e all’iinsediamento di un governo BJP al suo posto. L’11 marzo l’Organizzazione mondiale della sanità dichiarò che Covid-19 era una pandemia. Due giorni dopo, il 13 marzo, il ministero della salute ha dichiarato che il corona virus “non è un’emergenza sanitaria”.

Finalmente, il 19 marzo, il primo ministro indiano si è rivolto alla nazione. Non aveva fatto molti compiti. Ha preso in prestito il playbook dalla Francia e dall’Italia. Ci ha parlato della necessità di un “distanziamento sociale” (facile da capire per una società così intrisa nella pratica delle caste) e ha chiesto una giornata di “coprifuoco popolare” il 22 marzo. Non ha detto nulla su ciò che il suo governo stava per fare durante la crisi, ma ha chiesto alla gente di uscire sui balconi, suonare le campane e battere pentole e padelle per salutare gli operatori sanitari.

Non ha menzionato che, fino a quel momento, l’India aveva esportato equipaggiamento protettivo e attrezzature respiratorie, invece di tenerle per gli operatori sanitari e gli ospedali indiani.
Non sorprende che la richiesta di Narendra Modi sia stata accolta con grande entusiasmo. Ci sono state marce sbattendo piatti, balli di comunità e processioni. Non molto distanziamento sociale. Nei giorni seguenti, gli uomini saltarono in barili di sterco di vacca sacro e i sostenitori del BJP organizzarono feste per bere urina di mucca. Per non essere da meno, molte organizzazioni musulmane dichiararono che l’Onnipotente era la risposta al virus e chiesero ai fedeli di radunarsi nelle moschee in gran numero.

Il 24 marzo, alle 20:00, Modi è apparso di nuovo in TV per annunciare che, da mezzanotte in poi, tutta l’India sarebbe stata chiusa. Mercati chiusi. Tutti i trasporti, sia pubblici che privati, vietati.
Ha detto che stava prendendo questa decisione non solo come primo ministro, ma come nostro anziano di famiglia. Chi altri può decidere, senza consultare i governi degli stati che avrebbero dovuto affrontare le ricadute di questa decisione, che una nazione di 1,38 miliardi di persone dovrebbe essere chiusa con zero preparazione e con un preavviso di quattro ore? I suoi metodi danno davvero l’impressione che il primo ministro indiano pensi ai cittadini come a una forza ostile da prendere in un’imboscata, di sorpresa, mai degna di fiducia.

Eravamo bloccati. Molti professionisti della salute ed epidemiologi hanno applaudito questa mossa. Forse hanno ragione in teoria. Ma sicuramente nessuno di loro può sostenere la disastrosa mancanza di pianificazione o preparazione che ha trasformato il blocco più grande e più punitivo del mondo nell’esatto contrario di ciò che doveva raggiungere.

L’uomo che ama gli spettacoli ha creato la madre di tutti gli spettacoli.

Mentre il mondo guardava inorridito, l’India si rivelò in tutta la sua vergogna: disuguaglianza brutale, strutturale, sociale ed economica, la sua insensibile indifferenza alla sofferenza.
Il blocco ha funzionato come un esperimento chimico che ha improvvisamente illuminato cose nascoste. Mentre i negozi, i ristoranti, le fabbriche e l’industria delle costruzioni abbassavano le serrande, mentre i ricchi e la classe media si chiudevano in colonie recintate, le nostre città e megalopoli iniziarono a cacciare i loro cittadini della classe operaia – i loro lavoratori migranti – come un accumulo molto indesiderato.

Molti cacciati dai loro datori di lavoro e proprietari terrieri, milioni di poveri, affamati, assetati, giovani e vecchi, uomini, donne, bambini, malati, ciechi, disabili, senza nessun altro posto dove andare, senza mezzi pubblici in vista, hanno iniziato una lunga marcia verso i loro villaggi. Hanno camminato per giorni, verso Badaun, Agra, Azamgarh, Aligarh, Lucknow, Gorakhpur – a centinaia di chilometri di distanza. Alcuni sono morti per strada.

Sapevano che sarebbero tornati a casa potenzialmente per rallentare la fame. Forse sapevano anche che avrebbero potuto portare con sé il virus e avrebbero contagiato le loro famiglie, i loro genitori e nonni a casa, ma avevano un disperato bisogno di un briciolo di familiarità, riparo e dignità, oltre che di cibo, se non di amore.
Mentre camminavano, alcuni furono picchiati brutalmente e umiliati dalla polizia, incaricata di far rispettare rigorosamente il coprifuoco. I giovani furono fatti accovacciare e la rana saltò lungo l’autostrada. Fuori dalla città di Bareilly, un gruppo è stato radunato insieme e spruzzato con spray chimico.

Pochi giorni dopo, preoccupato che la popolazione in fuga potesse diffondere il virus nei villaggi, il governo ha sigillato i confini statali anche per chi andava a piedi. Le persone che camminavano da giorni venivano fermate e costrette a tornare ai campi nelle città da cui erano appena state costrette ad andarsene.

Tra gli anziani questo ha evocato il ricordo del trasferimento di popolazione del 1947, quando l’India fu divisa e nacque il Pakistan. Solo che questo esodo attuale era guidato dalle divisioni di classe, non dalla religione. E tuttavia, non erano le persone più povere dell’India. Queste erano persone che avevano (almeno fino ad ora) lavoro in città e case in cui tornare. I senza lavoro, i senzatetto e la disperazione rimasero dove si trovavano, nelle città e nelle campagne, dove una profonda sofferenza era cresciuta molto prima che si verificasse questa tragedia. Durante tutti questi giorni orribili, il ministro degli affari interni Amit Shah non si è fatto vedere in pubblico.

Quando si è cominciato a camminare a Delhi, ho usato un lasciapassare per la stampa di una rivista per la quale scrivo spesso ed ho guidato fino a Ghazipur, al confine tra Delhi e Uttar Pradesh.


La scena era biblica. O forse no. La Bibbia non poteva conoscere numeri come questi. Il blocco per imporre il distanziamento fisico aveva provocato l’opposto: la compressione fisica su una scala impensabile. Questo è vero anche nelle città indiane. Le strade principali possono essere vuote, ma i poveri sono chiusi in spazi angusti, dentro slums e baracche.

Tutte le persone con le quali ho parlato erano preoccupate per il virus. Ma era meno reale, meno presente nella loro vita della incombente disoccupazione, della fame e della violenza della polizia. Di tutte le persone con cui ho parlato quel giorno, incluso un gruppo di sarti musulmani che erano sopravvissuti solo settimane prima agli attacchi anti-musulmani, le parole di un uomo mi hanno particolarmente turbato. Era un falegname di nome Ramjeet, che aveva programmato di camminare fino a Gorakhpur vicino al confine con il Nepal.
“Forse quando Modiji ha deciso di far questo, nessuno gli ha detto di noi. Forse non sa niente di noi”, ha detto. “Noi” significa circa 460 milioni di persone.

I governi statali in India (come negli Stati Uniti) hanno mostrato più cuore e comprensione nella crisi. Sindacati, cittadini privati e altri collettivi stanno distribuendo cibo e razioni di emergenza. Il governo centrale è stato lento nel rispondere ai loro disperati appelli per i fondi. Si scopre che il National Relief Fund del primo ministro non ha denaro disponibile. Invece, il denaro proveniente dai buoni sostenitori si sta riversando nel nuovo misterioso fondo PM-CARES. I pasti preconfezionati con la faccia di Modi su di essi hanno cominciato ad apparire.

Inoltre, il primo ministro ha condiviso i suoi video di yoga nidra, in cui un Modi animato e trasformato con un corpo da sogno dimostra asana yoga per aiutare le persone a gestire lo stress dell’isolamento personale.
Il narcisismo è molto irritante. Forse uno degli asana potrebbe essere un asana di richiesta in cui Modi chiede al primo ministro francese di rinegoziare l’inopportuno accordo sui caccia da combattimento Rafale e usare quei 7,8 miliardi di euro per misure di emergenza disperatamente necessarie per sostenere alcuni milioni di persone affamate. Sicuramente i francesi capiranno.

Mentre il blocco entra nella sua seconda settimana, le catene di approvvigionamento si sono interrotte, le medicine e le forniture essenziali si stanno esaurendo. Migliaia di camionisti sono ancora abbandonati sulle autostrade, con poco cibo e acqua. I raccolti sono pronti, ma non essendoci nessuno ad occuparsene, stanno lentamente marcendo.

La crisi economica è qui. La crisi politica è in corso. I principali strumenti di informazione hanno incorporato la storia del Covid nella loro velenosa e quotidiana campagna anti-musulmana. Un’organizzazione chiamata Tablighi Jamaat, che ha tenuto una riunione a Delhi prima che fosse annunciato il blocco, è diventata un “super spargitore”. Viene utilizzato per stigmatizzare e demonizzare i musulmani. Il tono generale suggerisce che i musulmani hanno inventato il virus e lo hanno deliberatamente diffuso come una forma di jihad.

La crisi da Covid-19 deve ancora arrivare. O no. Non lo sappiamo. Se e quando lo farà, possiamo essere certi che verrà affrontato, con tutti i pregiudizi prevalenti di religione, casta e classe pienamente in atto.
Oggi (2 aprile) in India, ci sono quasi 2.000 casi confermati e 58 morti. Si tratta di numeri sicuramente inaffidabili, basati su pochi test di scarsa qualità. L’opinione degli esperti varia notevolmente. Alcuni prevedono milioni di casi. Altri pensano che il bilancio sarà molto inferiore. Potremmo non conoscere mai i veri contorni della crisi, anche quando ci colpisce. Tutto ciò che sappiamo è che la corsa agli ospedali non è ancora iniziata.

Gli ospedali e le cliniche pubbliche dell’India – che non sono in grado di far fronte ai quasi 1 milione di bambini che muoiono di diarrea, malnutrizione e altri problemi di salute ogni anno, con le centinaia di migliaia di pazienti affetti da tubercolosi (un quarto dei casi del mondo), con una vasta anemia e una popolazione malnutrita vulnerabile a qualsiasi malattia minore, che si rivela fatale per loro – non saranno in grado di far fronte a una crisi come quella che stanno affrontando l’Europa e gli Stati Uniti adesso.

Tutta l’assistenza sanitaria è più o meno in attesa poiché gli ospedali sono stati destinati al servizio del virus. Il centro traumatologico del leggendario All India Institute of Medical Sciences di Delhi è chiuso, le centinaia di malati di cancro noti come rifugiati oncologici che vivono sulle strade fuori da quell’enorme ospedale, scacciati come bestiame.

Le persone si ammaleranno e moriranno a casa. Potremmo non conoscere mai le loro storie. Potrebbero anche non entrare nelle statistiche. Possiamo solo sperare che gli studi che affermano che al virus piace il freddo siano corretti (anche se altri ricercatori hanno espresso dubbi su questo). Mai un popolo ha così irrazionalmente e così tanto desiderato un’estate indiana bruciante e punitiva.

Che cosa ci sta succedendo? È un virus, sì. In sé e per sé non contiene alcun assunto morale. Ma è sicuramente più di un virus. Alcuni credono che sia il modo di Dio di farci ritornare in noi stessi. Altri che è una cospirazione cinese per conquistare il mondo.

Qualunque cosa sia, il coronavirus ha messo in ginocchio i potenti e ha fermato il mondo come nient’altro avrebbe potuto fare. Le nostre menti continuano a correre avanti e indietro, desiderando un ritorno alla “normalità”, cercando di ricucire il nostro futuro sul nostro passato e rifiutando di riconoscere la rottura. Ma la rottura esiste. E nel mezzo di questa terribile disperazione, ci offre la possibilità di ripensare la macchina del giorno del giudizio universale che abbiamo costruito per noi stessi. Niente potrebbe essere peggio di un ritorno alla normalità.

Storicamente, le pandemie hanno costretto gli umani a rompere con il passato e immaginare di nuovo il mondo. Questo non è diverso. È una porta, un gateway tra un mondo e il prossimo
Possiamo scegliere di attraversarlo, trascinandoci dietro le carcasse dei nostri pregiudizi e dell’odio, della nostra avarizia, delle nostre banche dati e idee morte, dei nostri fiumi morti e cieli affumicati. Oppure possiamo camminare con leggerezza, con poco bagaglio, pronti a immaginare un altro mondo. E pronti a lottare per questo.

Arundhati Roy è una scrittrice indiana e un’attivista politica impegnata nel campo dei diritti umani, dell’ambiente e dei movimenti anti-globalizzazione. Molto nota per il suo romanzo di esordio “Il dio delle piccole cose”, Premio Booker 1997

raduzione Alessandra Mecozzi

martedì 7 aprile 2020

Arundhati Roy - I fantasmi del Capitale


I FANTASMI DEL CAPITALE
di Arundhati Roy

da www.znetitaly.org
Pubblicato da Internazionale n. 943 del 12 aprile 2012

E’ un edificio o una casa? Un tempio della nuova India o un deposito dei suoi fantasmi? Sin da quando Antilla è arrivata ad Altamont Road a Mumbai, essudando mistero e una minaccia silenziosa, le cose non sono più state le stesse. “Eccoci qua” ha detto l’amico che mi ha portata lì, “Presenta i tuoi ossequi al nuovo Sovrano”.
Antilla appartiene all’uomo più ricco dell’India, Mukesh Ambani. Avevo letto di questa abitazione, la più costosa mai costruita, ventisette piani, tre piattaforme di atterraggio per elicotteri, nove ascensori, giardini pensili, sale da ballo, stanze climatiche, palestre, sei piani di parcheggi, e seicento addetti. Niente mi aveva preparata al prato verticale, una torreggiante parete d’erba che cresce su una vasta griglia metallica. L’erba aveva chiazze secche; parti erano cadute in rettangoli precisi. Chiaramente la ‘ricaduta dall’alto’ non ha funzionato.
Ma di sicuro ha funzionato lo ‘zampillo verso l’alto’. E’ per questo che in una nazione di 1,2 miliardi di abitanti, i 100 più ricchi dell’India possiedono un patrimonio equivalente a un quarto del PIL.
Le voci che corrono tra il popolo (e nel New York Times) sono, o almeno sono state, che dopotutto quello sforzo e quel giardinaggio, gli Ambani non vivono ad Antilla. Nessuno lo sa per certo. Si continua a sussurrare di fantasmi e malasorte, Vaastu e Feng Shui. Forse è tutta colpa di Carlo Marx. (Tutte quelle bestemmie). Il capitalismo, diceva, “ha evocato mezzi di produzione e di scambio così giganteschi è come il mago che non è più in grado di controllare i poteri dei mondi inferi che egli ha richiamato con i suoi incantesimi.”
I India i 300 milioni tra noi che appartengono alla nuova classe media delle “riforme” post-FMI – il mercato – vivono fianco a fianco con spiriti del mondo infero, i poltergeist dei fiumi morti, delle sorgenti secche, delle montagne spoglie e delle foreste denudate; i fantasmi dei 250.000 agricoltori perseguitati dai debiti che si sono suicidati e gli 800 milioni che sono stati impoveriti ed espropriati per far spazio a noi. E che sopravvivono con meno di 20 rupie al giorno [circa 30 centesimi di euro – n.d.t.].
Mukesh Ambani vale personalmente 20 miliardi di dollari. Detiene la maggioranza azionaria di controllo della Reliance Industries Limited (RIL), una società con una capitalizzazione di mercato di 47 miliardi di dollari e interessi imprenditoriali globali che includono la petrolchimica, il petrolio, i gas naturali, le fibre in poliestere, le Zone Economiche Speciali, il commercio al dettaglio di cibo fresco, le scuole superiori, la ricerca nelle scienze naturali e i servizi di conservazione delle cellule staminali. La RIL ha recentemente acquistato il 95% delle azioni della Infotel, un consorzio televisivo che controlla 27 canali televisivi giornalistici e di intrattenimento, compresi CNN-IBN, IBN Live, CNBC, IBN Lokmat ed ETV in quasi ogni lingua regionale. Infotel detiene l’unica licenza a livello nazionale per la banda larga a 4G, un “canale informativo” ad alta velocità che, se la tecnologia funzionerà, potrebbe essere il futuro dello scambio di informazioni. Il signor Ambani è proprietario anche di una squadra di cricket.
La RIL è una di un pugno di imprese che governano l’India. Alcune altre sono le Tatas, Jindals, Vedanta, Mittals, Infosys, Essar e l’altra Reliance (ADAG) di proprietà del fratello di Mukesh, Anil.
La loro corsa alla crescita si è rovesciata sull’Europa, l’Asia Centrale, l’Africa e l’America Latina. Le loro reti sono gettate su grandi spazi; sono visibili e invisibili, in superficie e sotterranee. Le Tatas, ad esempio, gestiscono più di 100 imprese in 80 paesi. Sono una delle più antiche e più vaste compagnie indiane nel settore energetico. Sono proprietarie di miniere, di giacimenti di gas, di impianti siderurgici, di reti telefoniche, televisive via cavo e a banda larga, e governano interi distretti. Producono auto e camion, possiedono la catena Taj Hotel, la Jaguar, la Land Rover, la Daewoo, la Tetley Tea, una società editrice, una catena di librerie, uno dei principali marchi di sale iodato e il gigante della cosmetica Lakme. Il loro motto pubblicitario potrebbe essere facilmente: Non Potete Vivere Senza di Noi.
In base alle regole del Vangelo dei Flussi Verso l’Alto, quanto più hai, tanto più puoi avere. L’era della Privatizzazione di Tutto ha reso l’economia indiana una delle più velocemente in crescita del mondo. Tuttavia, come ogni buona vecchia colonia, una delle sue principali esportazioni è quella dei suoi minerali. Le nuove mega-imprese indiane – Tatas, Jindals, Essar, Relianca, Sterlite – sono quelle che sono riuscite ad aprirsi a forza la strada fino al rubinetto che fa scorrere denaro estratto dalle profondità della terra. E’ il sogno diventato realtà di ogni uomo d’affari: poter vendere ciò che non si è costretti a comprare.
L’altra fonte principale di ricchezza imprenditoriale è costituita dalle terre. In tutto il mondo, governi locali deboli e corrotti hanno aiutato gli operatori di Wall Street, le industrie agroalimentari e i miliardari cinesi ad ammassare enormi estensioni di terreno. (Ovviamente ciò implica anche il dominio sull’acqua). In India la terra di milioni di persone viene acquistata e passata alle industrie private per “interesse pubblico”, per Zone Economiche Speciali, progetti infrastrutturali, dighe, autostrade, fabbriche di automobili, centri chimici e gare di Formula Uno. (La sacralità della proprietà privata non si applica mai ai poveri.) Come sempre, alle popolazioni locali viene promesso che il loro trasferimento dalle loro terre e l’espropriazione di tutto ciò che abbiano mai posseduto fa davvero parte della creazione di occupazione. Ma a questo punto sappiamo che il collegamento tra la crescita del PIL e i posti di lavoro è un mito. Dopo vent’anni di “crescita”, il 60 per cento della forza lavoro indiana lavora in proprio, il 90 per cento della forza lavoro indiana opera nel settore non sindacalizzato.
I movimenti popolari Post-Indipendenza, sino agli anni ’80, dai Naxaliti al Sampoorna Kranti di Jayaprakash Narayan, hanno combattuto per le riforme agrarie, per la redistribuzione della terra dai signori feudali ai contadini che ne erano privi. Oggi qualsiasi discorso di redistribuzione della terra o della ricchezza sarebbe considerato non solo non democratico, ma addirittura folle. Persino i movimenti più militanti sono stati ridotti a lottare per conservare quel poco di terra che la gente ha ancora. I milioni di senza terra, la maggioranza di essi Dalit e Adivasi, cacciati dai loro villaggi, residenti in baraccopoli e ghetti in piccoli paesi e in megalopoli non compaiono nemmeno nel dibattito radicale.
Con i Flussi Verso l’Alto che concentrano la ricchezza sulla punta di uno spillo scintillante su cui piroettano i miliardari, maree di denaro si abbattono sulle istituzioni della democrazia: i tribunali, il parlamento nonché i media, compromettendo gravemente la loro capacità di funzionare nel modo in cui dovrebbero. Più è rumoroso il carnevale che accompagna le elezioni, meno siamo sicuri che esista davvero la democrazia.
Ogni nuovo scandalo di corruzione che emerge in India fa apparire domato l’ultimo che lo ha preceduto. Nell’estate del 2011 è esploso lo scandalo dello spettro 2G. Abbiamo appreso che le imprese avevano immesso 40 miliardi di fondi pubblici installando un’anima amica come ministro delle telecomunicazioni dell’Unione che ha sottostimato le licenze dello spettro telecom a 2G e le ha illegalmente distribuite ai suoi compari. Le conversazioni telefoniche registrate fatte filtrare alla stampa hanno mostrato come una rete di industriali e delle loro società di facciata, ministri, giornalisti importanti e conduttori televisivi di riferimento sia stata coinvolta nell’agevolare questa rapina alla luce del sole. I nastri sono stati soltanto una radiografia che ha confermato una diagnosi che il popolo aveva fatto già tanto tempo fa.
La privatizzazione e la vendita illegale dello spettro delle telecomunicazioni non implica guerre, sfollati e devastazione ecologica. La privatizzazione delle montagne, dei fiumi e delle foreste dell’India lo fa. Forse perché non ha la chiarezza non complicata di uno scandalo contabile matricolato diretto, o forse perché tutto viene fatto nel nome del “progresso” dell’India, non ha la stessa eco presso la classe media.
Nel 2005 i governi degli stati di Chhattisgarh, Orissa e Jharkhand hanno firmato centinaia di Protocolli d’Intesa (MoU) con una quantità di imprese private trasferendo trilioni di dollari di bauxite, minerale di ferro e altri minerali per una miseria, ignorando persino la distorta logica del libero mercato. (I diritti pagati al governo variavano dallo 0,5% al 7%).
Solo qualche giorno dopo il governo di Chhattisgarh ha firmato un MoU per la costruzione di un impianto siderurgico integrato con la Tata Steel, ed è stata creata un milizia di vigilantes, la Salwa Judum. Il governo ha dichiarato che si è trattato di una sollevazione spontanea della popolazione locale che ne aveva abbastanza della “repressione” da parte della guerriglia maoista della foresta. Si è rivelata essere un’operazione di pulizia del territorio, finanziata e armata dal governo e sovvenzionata dalle imprese minerarie. Negli altri stati sono state create milizie simili, con altri nomi. Il primo ministro ha annunciato che i maoisti erano “la singola maggiore sfida all’India”. E’ stata una dichiarazione di guerra.
Il 26 gennaio 2006, a Kalinganagar, nello stato confinante di Orissa, forse per segnalare la serietà delle intenzioni del governo, dieci plotoni di polizia sono arrivati sul sito di un altro impianto della Tata Steel e hanno aperto il fuoco contro gli abitanti dei villaggi che si erano riuniti per protestare contro quello che ritenevano un risarcimento inadeguato per la loro terra. Tredici persone, compreso un poliziotto, sono state uccise e 37 ferite. Sono passati sei anni e anche se i villaggi sono rimasti sotto assedio la protesta non è morta.
Nel frattempo nel Chhattisgarh, la milizia Salwa Judum ha incendiato, violentato e ucciso per aprirsi la strada attraverso centinaia di villaggi della foresta, evacuando 600 villaggi, costringendo 50.000 persone a presentarsi agli accampamenti della polizia e 350.000 persone a fuggire. Il primo ministro ha annunciato che quelli che non abbandonavano la foresta sarebbero stati considerati “terroristi maoisti”. In questo modo, in parti dell’India moderna, arare la terra e seminarla sono finite per essere considerate attività terroristiche. Alla fine le atrocità della Salwa Judum sono riuscite solo a rafforzare la resistenza e a rafforzare i ranghi dell’esercito guerrigliero maoista. Nel 2009 il governo ha annunciato quella che è stata chiamata Operazione Caccia Verde.
Duecentomila paramilitari sono stati dispiegati in Chhattisgarh, Orissa, Jharkhand e Bengala Occidentale.
Dopo tre anni di “conflitti a bassa intensità” che non sono riusciti a far uscire i ribelli dalla foresta, i governo centrale ha dichiarato che impiegherà l’esercito e l’aviazione indiana. In India non la chiamiamo guerra. La chiamiamo “creare un clima favorevole agli investimenti”. Sono fatte arrivare migliaia di soldati. Un quartier generale di brigata e basi aeree sono in corso di approntamento. Uno dei maggiori eserciti del mondo sta ora preparando le sue Regole d’Ingaggio per “difendersi” dai più poveri, dai più affamati, dai più malnutriti del mondo. Aspettiamo solo la dichiarazione della Legge sui Poteri Speciali delle Forze Armate (AFSPA) che darà all’esercito l’immunità legale e il diritto di uccidere i “sospetti”. Visitando le decine di migliaia di tombe senza nome e di pire anonime di cremazione in Kashmir, Manipur e Nagaland, si constata un esercito davvero molto sospetto.
Mentre si fanno i preparativi per lo spiegamento, le giungle dell’India Centrale continuano a restare sotto assedio, con gli abitanti dei villaggi hanno paura di uscire allo scoperto o di andare al mercato per rifornirsi di cibo o medicine. Centinaia di persone sono state incarcerate, accusate di essere maoisti in base a leggi draconiani, non democratiche. Le prigioni sono affollate di adivasi, molti dei quali non hanno idea di quali siano i loro reati. Recentemente Soni Sori, una maestra di scuola di Bastar, è stata arrestata e torturata mentre nelle mani della polizia. Le sono state messe pietre nella vagina per farla “confessare” di essere un corriere maoista. Le pietro sono state rimosse dal suo corpo in un ospedale di Calcutta dove, dopo una protesta pubblica, è stata inviata per un controllo medico. In una udienza della Corte Suprema gli attivisti hanno presentato le pietre ai giudici in una borsa di plastica. L’unico risultato dei loro sforzi è stato che Soni Sori resta in prigione mentre ad Ankit Garg, il sovrintendente della polizia che ha condotto l’interrogatorio, è stata conferita la medaglia al valore del presidente alla polizia nel giorno della festa nazionale.
Veniamo a sapere della reingegnerizzazione ecologica e sociale dell’India Centrale solo a motivo delle insurrezioni di massa e della guerra. Il governo non dà informazioni. I Protocolli d’Intesa sono tutti segreti. Alcuni segmenti dei media hanno fatto quello che hanno potuto per attirare l’attenzione del pubblico su ciò che accade nell’India Centrale. Tuttavia la maggior parte dei mass media indiani sono resi vulnerabili dal fatto che la quota maggiore delle loro entrate proviene dalla pubblicità delle imprese. Come se ciò non bastasse ora il confine tra i media e la grande industria ha cominciato a confondersi pericolosamente. Come abbiamo visto, la RIL è virtualmente proprietaria di 27 canali televisivi. Ma è vero anche il contrario. Alcuni società mediatiche ora hanno interessi finanziari e industriali diretti. Ad esempio uno dei maggiori quotidiani della regione – il Dainik Bhaskar (ed è solo uno degli esempi) – ha 17,5 milioni di lettori in quattro lingue, compresi l’inglese e l’hindi, in 13 stati. E’ anche proprietario di 69 società con interessi nelle miniere, nell’energia, nel settore immobiliare e in quello tessile.
Una recente istanza di citazione presentata all’Alta Corte del Chhattisgarh accusa la DB Power Ltd (una delle società del gruppo) di utilizzare “misure deliberate, illegali e manipolatorie” mediante i giornali di proprietà della società per influenzare il risultato di un’udienza pubblica relativa a una miniera di carbone a cielo aperto. Che abbia o meno tentato di influenzare il risultato non è rilevante. Il punto è che le imprese mediatiche sono in condizioni di farlo. Hanno il potere per farlo. Le leggi del paese consentono loro di essere in una condizione che si presta a gravi conflitti d’interesse.
Ci sono altre parti del paese da cui non arrivano notizie. Nello stato nord-orientale, scarsamente popolato ma militarizzato, dell’Arunachal Pradesh, sono in corso di costruzione 168 grandi dighe, la maggior parte delle quali di proprietà privata. Dighe altre che sommergeranno interi distretti sono in costruzione nel Manipur e in Kashmir, entrambi stati altamente militarizzati in cui si può essere uccisi semplicemente perché si protesta per i tagli all’elettricità (ciò è accaduto alcune settimane fa in Kashmir). Come si può fermare una diga?
La diga più delirante di tutte è quella di Kalpasar nel Gujarat. E’ progettata come una diga lunga 34 chilometri attraverso il Golfo di Khambhat con un’autostrada a dieci corsie e una linea ferroviaria che vi scorrono sopra. Escludendo l’acqua marina, l’idea è di creare una riserva di acqua dolce dei fiumi del Gujarat. (Non importa che questi fiumi siano già stati ridotti a ruscelli della dighe e avvelenati da scarichi chimici). La diga di Kalpasar, che innalzerebbe il livello del mare e altererebbe l’ecologia di centinaia di chilometri di linea costiera, era stata scartata come una cattiva idea dieci anni fa. Ha fatto un’improvvisa ricomparsa per fornire acqua alla Zona Speciale d’Investimento (SIR) di Dholera, in una delle zone più idricamente travagliate non solo dell’India, ma del mondo. SIR è un altro nome per una SEZ, una distopia industriale autogestita di “parchi industriali, cittadine e megalopoli”. La SIRA di Dholera sarù collegata alle altre città del Gujarat da una rete di autostrade a 10 corsie. Da dove verranno i fondi per tutto questo?
A gennaio 2011, nel Mahatma (Gandhi) Mandir, il primo ministro del Gujarat, Narendra Modi, ha presieduto un convegno di 10.000 imprenditori internazionali di 100 paesi. Secondo i resoconti dei media, si sono impegnati a investire 450 miliardi di dollari nel Gujarat. Il convegno è stato programmato per aver luogo all’approssimarsi del decimo anniversario del massacro di 2.000 mussulmani nel febbraio-marzo 2002. Modi è accusato non soltanto di aver consentito, ma anche di aver favorito le uccisioni. Chi ha visto i propri cari violentati, sbudellati e bruciati viti, le decine di migliaia che sono stati cacciati dalla proprie case, attende ancora un gesto di giustizia. Ma Modi ha scambiato la sua sciarpa di seta e il segno vermiglio sulla fronte con un vistoso abito da uomo d’affari e spera che un investimento da 450 miliardi di dollari funzionerà da denaro sporco di sangue per far quadrare i conti. Forse sarà così. La grande industria lo sostiene con entusiasmo. L’algebra dell’infinita giustizia funziona in modi misteriosi.
La SIR di Dholera è solo una delle più piccole bambole Matrioska, una di quelle interne nella distopia che viene pianificata. Sarà collegata al Corridoio Industriale Delhi Mumbai (DMIC), un corridoio industriale lungo 1.500 chilometri e largo 300, con nove mega zone industriali, una linea di trasporto merci ad alta velocità, tre porti marittimi e sei aeroporti, un’intersezione a sei corsie di una superstrada gratuita e una centrale elettrica da 4.000 MW. Il DMIC è un’impresa associata tra i governi dell’India e del Giappone e i loro rispettivi partner industriali, ed è stato proposto dal McKinsey Global Institute.
Il sito web del DMIC afferma che circa 180 milioni di persone saranno “interessate” dal progetto. Esattamente come, non lo dice. Esso prevede la costruzione di numerose città nuove e stima che la popolazione della regione crescerà dagli attuali 231 milioni a 314 milioni entro il 2019. Cioè in sette anni. Quando è stata l’ultima volta che uno stato, un despota o un dittatore ha attuato un trasferimento di popolazione di milioni di persone? E’ possibile che sia un processo pacifico?
L’esercito indiano può trovarsi nella necessità di dedicarsi a una campagna di reclutamento in mondo da non essere colto impreparato quando gli sarà ordinato di dispiegarsi nell’India intera. In preparazione per il suo ruolo nell’India Centrale, ha diffuso pubblicamente la sua dottrina aggiornata sulle Operazioni Psicologiche Militari che delinea “un processo pianificato per trasmettere un messaggio a un pubblico selezionato per promuovere temi particolari che determinino atteggiamenti e comportamenti desiderati, che influenzino il conseguimento di obiettivi politici e militari nel paese.” Questo processo di “gestione della percezione”, ha affermato, verrebbe attuato “utilizzando canali mediatici nella disponibilità dei servizi.”
L’esercito ha esperienza sufficiente per sapere che la sola forza di coercizione non è in grado di realizzare o gestire l’ingegneria sociale nella scala prevista dai pianificatori dell’India. La guerra contro i poveri è una cosa. Ma per il resto di noi – la classe media, i colletti bianchi, gli intellettuali, chi “fa opinion” – deve trattarsi di un “gestione della percezione”. E per far questo si deve rivolgere l’attenzione all’arte squisita della Filantropia Industriale.
Di recente, i principali conglomerati minerari hanno abbracciato le Arti: film, installazioni artistiche e la corsa ai festival letterari che hanno sostituito l’ossessione degli anni ’90 per i concorsi di bellezza. Vedanta, che attualmente estrae la bauxite dal cuore della patria dell’antica tribù Dongria Kondh, patrocina un concorso cinematografico intitolato “Creare la felicità” per giovani studenti di cinema ai quali è stata commissionata la realizzazione di film sullo sviluppo sostenibile. Lo slogan della Vedanta è “Estrarre la Felicità”. Il Gruppo Jindal ha dato alla luce una rivista di arte contemporanea e sostiene alcuni dei maggiori artisti indiani (che naturalmente lavorano con l’acciaio inossidabile). La Essar è il principale patrono del Tehelka Newsweek Think Fest che ha promesso “dibattiti ad alti ottani” tra i principali pensatori del mondo, compresi i maggiori scrittori, attivisti e persino l’architetto Frank Gehry. (Tutto questo a Goa, mentre gli attivisti e i giornalisti stavano scoprendo enormi scandali relativi ad attività minerarie illegali che coinvolgevano la Essar). La Tata Steel e Rio Tinto (che hanno precedenti sordidi per conto loro) sono stati tra gli sponsor principali del Festival Letterario di Jaipur (Nome completo: Darshan Singh Construction Jaipur Literary Festival) che è pubblicizzato dai conoscitori come “La più grande manifestazione letteraria del pianeta”. Counselage, il “gestore strategico del marchio” Tata, ha sponsorizzato l’ufficio stampa del festival. Molti degli scrittori migliori e più brillanti del mondo si sono riuniti a Jaipur per discutere di amore, letteratura, politica e poesia Sufi. Alcuni hanno tentato di difendere il diritto di espressione di Salman Rushdie mediante letture dal suo libro proibito, “I versetti satanici”. In ogni inquadratura televisiva e fotografia sulla stampa, il logo Tata Steel (e il suo slogan “Valori più forti dell’acciaio”) incombeva su di loro da ospite benevolo e benigno. I nemici della Libertà di Parola si presume fossero le folle mussulmane assassine che, ci hanno detto gli organizzatori del festival, potevano addirittura aver armato gli scolari delle elementari riuniti qui. (Siamo testimoni di quanto impotenti possano essere il governo e la polizia indiana quando si tratta di mussulmani). Sì, il seminario islamico integralista di Darul-Uloom Deobandi ha effettivamente protestato contro l’invito di Rushdie al festival. Sì, alcuni islamisti si sono effettivamente riuniti presso la sede del festival per protestare e, sì, in modo offensivo il governo dello stato non ha fatto nulla per proteggere il luogo. E’ perché l’intero episodio ha tanto a che fare con la democrazia, con gli schieramenti elettorali e con le elezioni in Uttar Pradesh, quanto ha a che fare con il fondamentalismo islamico. Ma la battaglia per la Libertà di Parola contro il Fondamentalismo Islamista è arrivata sulle prime pagine dei giornali del mondo. E’ importante che ciò sia accaduto. Ma non c’è stato praticamente alcun articolo sul ruolo dei patroni del festival nella guerra nelle foreste, nell’accumularsi di cadaveri, nell’affollamento delle carceri. Né sulla Legge per la Prevenzione delle Attività Illegali e sulla Legge Speciale sulla Pubblica Sicurezza del Chhattisgarh, che fanno persino dell’avere un pensiero antigovernativo un reato perseguibile. O sull’udienza pubblica obbligatoria relativa all’impianto di Lohandiguda della Tata Steel che i locali hanno lamentato aver avuto in realtà luogo a centinaia di miglia di distanza a Jagdalpur, nell’ufficio dell’esattore delle imposte, con un pubblico pagato di cinquanta persone sotto il controllo di guardie armate. Dove stava la Libertà di Parola in quel caso? Nessuno ha citato Kalinganagar. Nessuno ha citato il fatto che ai giornalisti, studiosi e registi che lavorano a soggetti che non piacciono al governo indiano – come la parte la parte furtiva da esso avuta nel genocidio dei Tamil nella guerra in Sri Lanka o le tombe non segnate recentemente scoperte in Kashmir – sono stati negati i visti o sono stati rimpatriati direttamente dall’aeroporto.
Ma chi di noi peccatori avrebbe scagliato la prima pietra? Non io, che vivo di diritti d’autore di case editrici industriali. Guardiamo tutti Tata Sky, navighiamo in rete con Tata Photon, ci spostiamo su taxi Tata, soggiorniamo in Hotel Tata, sorseggiamo il nostro the Tata in porcellane fini Tata e lo mescoliamo con cucchiaini da the prodotti dalla Tata Steel. Acquistiamo libri Tata in librerie Tata. Hum Tata ka namak khate hain. Siamo sotto assedio.
Se il martello della purezza morale deve essere il criterio per il lancio delle pietre, allora gli unici ad averne titolo sono quelli che sono stati già ridotti al silenzio. Quelli che vivono fuori dal sistema; i fuorilegge nelle foreste o quelle le cui proteste non sono mai riferite dalla stampa o gli espropriati che si comportano bene, che passano di tribunale in tribunale a riferire, a rendere testimonianza. Ma il LitFest ci ha dato il nostro momento clou. E’ venuta Ophra. Ha detto che ama l’India, che tornerà ancora molte volte. Ci ha resi orgogliosi.
Questo è solo il lato caricaturale dell’Arte Squisita.
Anche se i Tata sono impegnati nella filantropia industriale da ormai quasi un secolo, finanziando borse di studio e amministrando alcuni eccellenti ospedali e istituti d’istruzione, le imprese indiane sono state invitate solo di recente nella ‘Camera Stellata’, il mondo dalle luci abbaglianti del governo globale delle imprese, mortale per i suoi avversari ma altrimenti così scaltro che a malapena si sa che esiste.

Perché gli Ambasi hanno scelto di chiamare Antilla il loro edificio? Antilla è il nome di un gruppo di isole mitiche la cui storia risale a una leggenda iberica dell’ottavo secolo. Quando i mussulmani conquistarono la Spagna, sei vescovi cristiani visigoti e i loro parrocchiani si imbarcarono e fuggirono. Dopo giorni, forse settimane, in mare arrivarono alle isole di Antilla dove decisero di insediarsi e di iniziare una nuova civiltà. Bruciarono le proprie navi per tagliare per sempre i collegamenti con la loro patria dominata dai barbari.
Chiamando Antilla la loro torre, gli Ambani sperano di tagliare i ponti con la povertà e lo squallore della loro patria e iniziare una nuova civiltà? E’ questo l’atto finale del movimento secessionista più riuscito dell’India? La secessione delle classi media e alta nello spazio cosmico?
Mentre su Mumbai scendeva la notte, guardie in camicie di fresco lino con walkie-talkie ronzanti hanno fatto la loro comparsa all’esterno dei cancelli proibiti di Antilla. Le luci hanno sfavillato, forse per cacciare i fantasmi. I vicini lamentano che le forti luci di Antilla si sono rubate la notte. Forse è ora per noi di tornarci, nella notte.

lunedì 30 marzo 2020

Houston Jean



(1951-/). Studiosa americana di psicologia e filosofia. Ex presidentessa della Association for Humanistic Psychology, condirettrice della Fondation for Mind Research a Pamona, New York.
Per oltre 30 anni ha tenuto conferenze e condotto seminari in tutto il mondo.
Sostenitrice della psicologia della Dea. 
Ha una posizione vicina alla Bolen e come lei è in sintonia con la "nuova coscienza di Gaia". Per lei "la Terra è un sistema vivente" ed afferma " Ecco perchè le donne si stanno sbarazzando dell'ingrato ruolo che le vorrebbe unicamente mogli, madri ed educatrici. La nostra è una epoca in cui la Terra ha disperatamente bisogno dei modi di pensare e di essere che le donne hanno sviluppato nel corso di migliaia di anni". Condividono questa visione della Dea Margot Adler e Miriam Simon meglio conosciuta con il nome magico di Starhawk.


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Capra Fitrjof



(1939-/) Fisico teorico laureatosi alla università di Vienna.
Ricercatore nel campo delle alte energie in diverse università europee e americane. 
Buddhista. 
Figura di spicco del movimento transpersonale. 

Ha scritto molto e tenute moltissime conferenze sulle implicazioni olistiche della Nuova Fisica. 

Oltre ad interessarsi da vicino a questioni ambientali di portata mondiale. 

Fondatore dell'Elmwood Institute ha scritto molti autorevoli testi uno su tutti del 1974 divenuto un classico "Il Tao della Fisica".

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